venerdì, Gennaio 21, 2022

Alela Diane – To Be Still (Rough trade 2009)

alela_diane_to_be_stillAlela Diane deve essere ormai considerata una delle voci più emozionanti dell’attuale panorama folk americano. In “To Be Still” assistiamo infatti ad un ulteriore gradino nella crescita della songwriter di Nevada City, sempre più in grado di scrivere ottime canzoni e di interpretarle con una forza e una capacità vocale non comuni. L’etichetta di “new weird folk” a questo punto della sua maturazione deve andarle stretta, dato che lo spettro di suggestioni presenti nelle sue nuove composizioni è ben più ampio, abbracciando anche suoni di matrice britannica (Fairport Convention e Sandy Denny), assieme a un excursus negli ultimi 2 secoli di musica americana. Tutto ciò basandosi su arrangiamenti minimali ma curati fino al dettaglio e con al centro di tutto la voce, capace di emozionare praticamente in ogni passaggio lungo i 47 minuti dell’album.
E’ cosi fin dalla prima traccia, “Dry Grass & Shadows”, che descrive il mondo dei sogni su un soffice sfondo di steel guitar creando una melodia che può ricordare la Beth Orton più folk. Nella successiva “White As Diamonds” trova spazio anche un violino, nella scia del più tradizionale country-folk americano, prima dei picchi di emozione assoluta nel duetto con Michael Hurley che anima la seguente “Age Old Blue”, in cui le voci ed i loro perfetti intrecci dominano su una sottile linea di chitarra acustica. Spazio poi alla title track, canzone praticamente perfetta, che ha senso qui e ora anche se si allinea perfettamente alla tradizione, grazie ancora una volta alla personalità e alla dolce voce di Alela, oltre che a un ottimo lavoro sugli arrangiamenti. Il canto si fa invece più drammatico ed altero in “Take Us Back”, prima di “The Alder Trees”, altro piccolo capolavoro fuori da ogni riferimento temporale. “My Brambles” è probabilmente il brano più elaborato, con cambi di ritmo e un crescendo strumentale educato ma intenso che si protrae per quasi cinque minuti. Ritorno su toni più drammatici e quasi claustrofobici in “The Ocean”, con una chitarra ossessiva da cui ci salva ed eleva ancora una volta il canto di Alela. Dopo essere stati cullati da “Every Path” è la volta di “Tatted Lace”, altra perla di assoluta bellezza, ballata in cui la Diane dà il meglio di sé sia dal punto di vista della scrittura sia del virtuosismo vocale, con un paio di passaggi da brividi. La chiusura è affidata ai toni solari di “Lady Divine”, da ascoltare al sole primaverile.
La sensazione che rimane alla fine dell’ascolto è quella di trovarsi davanti ad un grande disco di un’artista ormai matura, pronta per essere annoverata tra le maggiori esponenti del folk americano, alla pari di grandi nomi come Lisa Germano e Marissa Nadler.

Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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