mercoledì, Settembre 30, 2020

Mangiacassette – Disco interno (Trovarobato, 2011)

Che lo si voglia o no, obiettivo di colui che è solito definirsi cantautore è sempre stato quello di cercare di affrontare, da solo e personalmente, la contemporaneità. Ed è tanto più idoneo il termine “cantautore” quanto più costui riesce a coniugare il proprio personale sentire con le tematiche affrontate, a maggior ragione se esse hanno una qualche rilevanza, se non sociale, almeno sociologica. Adottando questi parametri, Lorenzo Maffucci sarebbe dunque uno dei più grandi cantautori italiani di oggi, ma il suo progetto si distingue non tanto per essere migliore o peggiore di suoi coevi, quanto proprio per il coraggio della diversità della sua proposta. Come si usa oggi, il bassista dei Baby Blue dalla lunga e fluente cresta irresistibilmente punk, punta tutto sull’homemade del proprio otto piste a nastro (ché sennò dovrebbe quantomeno cambiare nome d’arte), scrive, suona e registra tutto da solo nei ritagli di tempo, a tarda notte o all’alba, come egli stesso ammette. Ora, chi lo conosce bene sa quanto poca importanza attribuisca al sonno il guru della scena pistoiese, come un noto cartaceo l’ha definito poco tempo addietro: ma verrebbe spontaneo dire che anche Napoleone dormiva poco e che di certo la materia grigia non gli mancava. Mutatis mutandis, la cifra stilistica del disco di debutto ufficiale (per quel gran talent scout che è La Famosa Etichetta Trovarobato) è davvero una “confusione mentale organizzata”, la stessa con cui si cerca di riordinare le foto sbiadite trovate in un vecchio baule polveroso o si cerca di ricordare dove si sono smarrite le cassette dei Guns ‘n’ Roses. Il vulcanico profluvio di idee musicali di Mangiacassette trova qui, in primo luogo, una più spiccata coerenza sonora: maggior uso della chitarra elettrica, un tamburo, un rullante e isolati droni di sottofondo, tutto immediatamente più riconoscibile, meno citazionista a livello puramente sonoro e, in sostanza, meno decostruttivo che nella sua produzione precedente. Forse in tal modo si ha meno la sensazione di essere su un ottovolante impazzito, ma i limiti che l’artista pistoiese si è stabilito (e mettere un freno alla sua ipertrofia musicale e alla sua smania insaziabile di idee e progetti, credeteci, è assolutamente impossibile) sono di certo funzionali a piegare l’urgenza espressiva ad una maggiore organicità, allontanando inoltre il rischio di essere accusato di scarsa concretezza. A bilanciare il rischio di monotonia vi è comunque un’acutezza nello sguardo sulla realtà (della sua Pistoia, ma non solo) filtrato attraverso le sue micronarrazioni, poco importa se frutto di esperienze vissute o di pura fantasia, diluite non tanto attraverso un racconto più o meno ben articolato, quanto secondo il tentativo di suggerire, anche a livello sonoro, queste esperienze. Coerentemente, come vengono alla mente i ricordi o i sogni della notte appena passata, il suono sembra già “vecchio e sentito”, comunque già presente nel background di ricordi nell’ascoltatore. Sia lungi dall’essere un difetto, giacché il primo Beck non faceva altro che assemblare incisi che già a loro volta erano cliché. E allo stesso modo anche gli stilemi più tradizionali sembrano quasi volontariamente segnati da piccole crepe: voci sempre raddoppiate (all’unisono invece che all’ottava, ad aumentare il senso di sfasamento), metriche del tutto saltate in aria, ritmiche che del metronomo hanno una concezione relativa (Sfera cubica, che si lancia in una riedizione dell’inno di Give Peace A Chance), assoli di puri feedback (Tatuaggio), punk ‘n’ roll abbozzato con l’accetta (Vado da Sandro), blues paradossale (Cinesi contenti), tappeti mantrici da collasso da hangover (Chitarra). E pensare che quest’uomo ha bevuto, in vita sua, solo un sorso di spumante. Al suo matrimonio. Tutto questo potrebbe essere bollato come lo-fi o addirittura hypnagogic glo-fi o qualsiasi altra cosa solo perché suona figo. Potrebbe invece essere considerato come la forma più libera e autogestita di espressione, senza diventare approssimazione o sciatteria, che ha la forza e la coerenza di mantenere uno spirito di giocosità infantile, unito ad una malinconia che non diventa mai rimpianto o tragedia, parlando di occasioni perdute (Appartamento) o di un fine agosto, in cui è bello sfasciare un boiler. A volte l’eccesso di non sense può far perdere il controllo dell’ascolto e sedici tracce possono mettere alla prova. Ma, se si sta al gioco, lo spasso è garantito, per non parlare delle esibizioni in solitaria dal vivo, nelle quali potreste essere chiamati a suonare un tamburo o, alla peggio, assistere a lunghi e sconclusionati ma esilaranti monologhi, scegliere voi le canzoni a seconda del vostro umore e così via. Un esordio felice e illuminato da autentica genuinità, davvero singolare nel suo sfuggire ad etichette di genere e che si presta a mille possibili sviluppi futuri: conoscendo Lorenzo Maffucci, possiamo anche rinunciare a tentare di indovinare.

Francesco D'Elia
Francesco D'Elia
Francesco D'Elia nasce a Firenze nel 1982. Cresce a pane e violino, si lancia negli studi compositivi e scopre che esiste anche altra musica. Difficile separarsene, tant'è che si mette a suonare pure lui.

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