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Foto-intervista a Marcello Petruzzi, in arte 33ore, in occasione del festival forlivese +tost Che Niente a cui dedichiamo a partire da oggi un lungo speciale 

Luglio 7th, 2009
33ore – L’intervista

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A partire da oggi Indie-eye.it Network dedica un lungo speciale agli ospiti che hanno animato la seconda edizione del festival forlivese + Tost Che Niente; foto-interviste, foto set e una video intervista conclusiva rilasciata da Samuel Katarro a Fabio Pozzi e Alfonso Mastrantonio. Cominciamo con Marcello Petruzzi, in arte 33ore,  autore di uno degli esordi più interessanti in campo cantautorale indipendente di questa prima parte di 2009. Il suo “Quando vieni” ha raccolto consensi da più parti, ponendolo al centro dell’attenzione. Abbiamo cercato di sapere qualcosa di più su Marcello e la sua musica, intervistandolo prima del suo concerto forlivese  per la seconda edizione di +Tost Che Niente

[Foto di Francesca PontiggiaIl Foto-set del concerto di 33ore è da questa parte]

 

“Quando vieni” è il tuo primo disco solista, dopo anni di esperienze con Caboto, Franklin Delano e altri. Come è nata in te la voglia di fare qualcosa di completamente tuo? E cosa hai preso dai vari progetti a cui hai partecipato?

La voglia è nata molto tempo fa, nel 2004. Prima facevo qualcosa di mio, canzoni che hanno progressivamente preso una forma; la prima forma era molto legata a quello che facevo con i Caboto, cioè un gruppo sperimentale, un ensemble strumentale formato da 6-7 elementi, a volte anche 8 nei live. Era un discorso molto aperto e ricco di esperienze diverse, grazie alle diverse menti che vi partecipavano. Quindi le mie canzoni restavano legate ad una sorta di sperimentalismo, con dei giri complicati, una matrice difficile da portare avanti come vere e proprie canzoni. Poi, nel corso del tempo, sono cresciute. All’inizio cantavo in inglese, una lingua a cui non sono riuscito ad abituarmi, perché facevo fatica a vivere accanto al vocabolario; insomma, ho preferito rivelare quella che è stata una mia passione da sempre, quella per la scrittura. Quando nel 2007 ho cominciato a suonare con i Franklin è stata una chiave di volta, perché dalle confusioni volute e dalla ridondanza dei Caboto mi sono ritrovato a poter chiudere un link che avevo col passato, con la musica traditional di matrice americana e anglosassone. I Franklin erano un gruppo molto originale, ma comunque legato a un discorso di melodie e di stile tradizionali. E’ stata un’ottima esperienza, per fare questo attraversamento da cifre sperimentali a cifre di micromondi chiusi e scopribili nelle canzoni. Dopo i primi esperimenti e qualche concerto a nome “A Black Eagle” sono riuscito a trovare la sicurezza necessaria per portare allo scoperto le canzoni in italiano

Ciò che si fa sentire con più forza nel tuo disco è il richiamo alla grande scuola cantautorale italiana degli anni ’60-’70. Come mai la scelta di porsi nel solco di questa tradizione, ultimamente messa un po’ in secondo piano nell’ambito della musica indipendente?

Non è stata proprio una scelta, devo dirlo. Queste sono note che emergono adesso che il disco è uscito, quindi ci sono i primi riscontri, peraltro molto positivi e lusinghieri. La possibilità che hanno gli ascoltatori di fare delle stime oppure di creare dei collegamenti fa emergere in effetti questi legami con la musica cantautorale italiana. Da parte mia devo dire che, in base al mio background, legato alla musica estera, come è per molti altri musicisti ancora oggi in Italia, non avevo queste velleità. Quindi continuo a sentire degli altri riferimenti, alle volte anche molto alti rispetto a quello che posso fare io: i Soft Machine per esempio sono stati un punto di riferimento per i Caboto; io invece ho estrapolato il discorso che faceva Robert Wyatt e che continua a fare in maniera assolutamente meravigliosa; sono fortemente legato a molti suoi dischi solisti e alle sue rivisitazioni quasi-pop. Poi tanti altri nomi, per esempio ho ascoltato moltissimo David Grubbs, Arto Lindsay, Jim O’Rourke. Tante volte si fanno dei riferimenti a Nick Drake e naturalmente l’ho ascoltato, però non me la sono sentito di legarmi ad una tradizione folk del genere, anche perché Drake con il suo modo di suonare la chitarra ha fatto praticamente tutto, con una poetica individuale fenomenale e profonda. In definitiva, non avevo cognizione di questi legami con la musica italiana, che sono andato a scoprire in tempi relativamente recenti, motivato anche dalle persone che mi suggerivano questa cosa.

 

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Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.