Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Prosegue lo speciale dedicato agli ospiti di + Tost che niente, il festival forlivese giunto alla sua seconda edizione. L’intervista questa volta è dedicata a 4fioriperzoe 

Luglio 14th, 2009
4fioriperzoe, l’intervista

Di

Matteo Romagnoli è il cantante ed autore dei testi dei 4fioriperzoe, band bolognese che propone un’interessante evoluzione del concetto di cantautorato e di cui abbiamo parlato da questa parte su indie-eye.it. Abbiamo parlato con Matteo prima del suo concerto, non accompagnato dalla band, al +tost Che Niente Festival. Una lunga chiacchierata sulla sua concezione della musica, oltre che sullo stato della discografia oggi. Le Foto sono di Francesca Pontiggia, sempre di Francesca il Foto-set del concerto di Matteo al “+ Tost che niente”, si vede da questa parte.

13 cose che dovrei dirti” è il vostro secondo disco, che segue dopo ben 5 anni il vostro esordio “Normalmente scompaiono”. Perché una così lunga attesa? Cosa avete fatto in questi anni?

Non è stata una vera e propria attesa, nel senso che abbiamo fatto molte cose in questo lasso di tempo. C’è stato un cambio di etichetta, con anche contratti da rispettare. Da un lato c’è stata un’attesa forzata per questo motivo, dall’altro lato abbiamo lavorato molto per il cinema, per il teatro e per documentari. Anche per questo il tempo è come se fosse volato. C’è poi stato un cambio di formazione con l’ingresso di Nicola Manzan come membro fisso, mentre prima era solo un ospite. L’entrata di Nicola ha fatto sì che ci fosse un disco praticamente pronto, che abbiamo distrutto per farne un altro. Si può dire che c’è un elemento mancante nella nostra discografia che non vedrà mai la luce. Nello stesso tempo tutti noi abbiamo avuto diverse esperienze; Francesco Brini, il batterista, che è stato con me fondatore del gruppo, ha lavorato molto con Swayzak, un gruppo inglese di cui tutt’ora fa parte; ha fatto 2 dischi con loro, che sono andati molto bene e l’hanno portato in giro per il mondo. In realtà è quindi stato un periodo molto vivo, in cui abbiamo fatto anche un disco, che uscirà a settembre-ottobre, intitolato “Musiche per film mai visti”, che andrà a coprire tutta la parte di lavoro su film, teatro etc. più altro, cose fatte per estemporanee e finora irreperibili. In pratica si può dire che in tutti questi anni abbiamo lavorato molto, senza però farlo sapere a nessuno. Adesso però per rispondere a questa lunga pausa discografica abbiamo intenzione nel 2010 di fare già un altro disco di canzoni. In questi anni si è ingigantita la crisi del mercato discografico, ci troviamo in un momento in cui l’etichetta madre con cui abbiamo fatto il primo disco, la Mescal, non esiste più; anche per questo siamo stati co-fondatori di questa etichetta che si chiama Garrincha Dischi, che in totale autogestione ci permette anche di fare un disco all’anno, cosa che non potevamo fare nel 2004, per esempio.

Il tema che lega tutte le canzoni del disco, che può essere visto come un concept, è la fine dell’amore. Ma è davvero destinato a finire sempre?

Il disco è concepito come una storia d’amore in tutti i suoi passi, soprattutto, ovviamente, la fase conclusiva. E può essere visto come un congedo, tanto che il brano conclusivo si chiama “Commiato”. Specialmente da quando ho iniziato a fare concerti da solo, come questo di Forlì, ho iniziato a dover parlare con la gente, mentre la presenza della band ti copre un po’ le spalle da quel punto di vista. Mi è venuto naturale spiegare a chi mi ascolta perché scrivo sempre canzoni sull’amore che finisce. Naturalmente io non sono solo stato lasciato nella mia vita, ho avuto anche degli inizi di storie, però penso che ogni cantautore ha la predisposizione a lavorare in un determinato momento. Ricordo per esempio un intervista a Manuel Agnelli in cui diceva che lui scriveva solo ed esclusivamente nei momenti di dolore, forse è un falso storico, ma ho questo ricordo. Però ci sono artisti, se vogliamo andare nel mondo delle canzoni italiane più “popolari”, come Jovanotti, che scrivono solo quando sono innamorati. Forse non è mai stato lasciato Jovanotti? Se è successo non ce l’ha mai detto. Dall’altra parte, andando da Cocciante a Tiziano Ferro fino alla maggior parte degli indipendenti, abbiamo l’opposto. Per esempio, esiste una canzone di Godano in cui lui si è messo con qualcuno? Io so solo di canzoni in cui lui ha dei problemi con l’altro sesso. Io per lungo tempo sono stato predisposto a scrivere solo nei momenti difficili; nel prossimo disco voglio iniziare a scrivere canzoni che parlino anche di un’altra visione dell’amore. Mi sono detto: “ok, adesso che sono sereno, proviamo a scrivere qualche cosa”.

Credo che le vostre canzoni si pongano nel solco della tradizione cantautorale, che tentate però di aggiornare con riferimenti sonori odierni, con inserti per esempio riconducibili all’indietronica o al post-rock. E’ una giusta interpretazione?

Di sicuro ci sono molti artisti che si pongono alla musica pensando più a quello che ha da dire rispetto ad altro. D’altra parte c’è anche chi è legato maggiormente solo alla musica, si ricorda solo di quella quando ascolta un pezzo. Ci sono poi differenze anche all’interno di una stessa band: per esempio Francesco, il nostro batterista, forse perché ha molto a che fare con l’ambiente della dance, è poco interessato a quello che voglio dire nelle canzoni, a meno che io non vada ad usare parole che sono proprio contrarie al suo vocabolario. Io invece, ovviamente, sono molto legato ai testi, che per me sono la cosa primaria. Le canzoni nascono in maniera molto semplice, chitarra e voce oppure piano e voce. Ho gente intorno a me, come Francesco, che è anche produttore ed è quindi legato al suono. Si riesce così a togliere la musica dal contesto, mentre io tenderei a farla aderire perfettamente alla canzone, rischiando di infilarmi in un filone di revival anni ’60, perché sono molto influenzato dalla tradizione dei cantautori, dagli inizi fino al Battisti degli anni ’80. L’idea di fondo è sempre stata, dall’inizio, lasciare spazio anche a chi ha la passione per le note piuttosto che per le parole, sperando che le scoprissero in un secondo momento. Questo grazie a Francesco e a Nicola, che probabilmente non hanno mai scritto un testo nella loro vita, e non è il loro principale interesse, che mi hanno dato una grossa mano da quel lato. In definitiva, da una parte c’è la mia esigenza di svecchiare un genere, dall’altro il loro apporto che è disinteressato rispetto a quello che si vuole dire, ma interessato a dare qualcosa di nuovo alla canzone d’autore italiana

 

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Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.