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Gli Architecture In Helsinki li abbiamo incontrati prima della loro data sold-out al Magnolia, per un botta e risposta sul nuovo album 

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Magnolia strapieno per la data milanese degli Architecture In Helsinki, che a sei anni di distanza da quello che è unanimemente considerato il loro capolavoro, In Case We Die, hanno ancora un forte seguito in Italia e in tutta Europa. Successo meritato quello degli australiani, che con il loro nuovo disco, Moment Bends, si sono confermati su buoni livelli, dando maggior spazio ai synth e creando atmosfere da party anni ’80. Le stesse atmosfere hanno caratterizzato anche il loro concerto, una festa pop tra spensieratezza e genialità.
A inizio serata abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Cameron Bird, cantante e anima del gruppo fin dalla fondazione. Ecco cosa ci ha detto su Moment Bends e non solo.

Per Moment Bends siete tornati a lavorare e a registrare in Australia, nella vostra Melbourne? Perché? Cos’ha di speciale la vostra città?

È casa nostra, tutto qui. Siamo stati tanto tempo in tour e abbiamo vissuto in tante città diverso; ci è quindi venuto il desiderio di tornare a casa e di rientrare in contatto con questo posto speciale, con le nostre famiglie, con i nostri amici. L’album ha molto a che fare con questo sentimento, con questo ritorno a casa.

C’è stato anche un cambiamento di etichetta: siete passati dalla Polyvinyl alla Modular. È dovuto solo al fatto che quest’ultima è australiana o ci sono altri motivi?

La Modular è la nostra etichetta solo per l’Australia, la distribuzione nel resto del mondo è curata da altre label. Lavorare con la Modular ha avuto molto senso dal punto di vista creativo, perché è un’etichetta con cui è possibile confrontarsi serenamente, ci lavorano molti nostri amici, come i Cut Copy, gli Avalanches e i Presets. È stato quindi ovvio scegliere di entrare in quella label.

Sulla copertina dell’album c’è l’immagine di una goccia nel momento in cui cade in acqua; qual è il significato di quell’immagine?

L’idea della band per questo disco era legata al crepuscolo, al momento della giornata in cui il sole scompare dietro l’orizzonte e in cui tutto può accadere. Ci piaceva l’immagine dello “splash” della goccia perché è un istante, e non puoi capire cosa accadrà esattamente dopo.

Penso che questo sia il vostro disco più legato agli anni ’80; c’era qualcosa anche nei dischi precedenti, ma in questo i legami sembrano più forti. Da dove arriva questo amore per gli anni ’80?

Penso che la gente sia portata a collegare il disco agli anni Ottanta per l’uso dei sintetizzatori; non è detto che sia così, perché altrimenti ogni disco con le chitarre elettriche potrebbe essere un album anni Cinquanta. La gente associa quel particolare strumento agli Eighties, ma io non penso che ci sia qualcosa che renda il disco più collegato a quel periodo rispetto alle altre nostre opere. Per me gli anni Ottanta sono stati un periodo nella musica pop in cui gli artisti si prendevano dei rischi e c’erano quindi molte più cose interessanti, perché c’erano strumenti ed idee che non erano mai state usate prima. Quando sento alcuni brani fatti allora penso che ora non potrebbero essere fatti, perché oggi c’è molto più conservatorismo. Quindi penso che sia stato un periodo molto eccitante per il pop, in più allora eravamo giovani e stavamo crescendo, quindi amiamo quella musica, è importante per noi anche per quel motivo

In alcune canzoni, ad esempio Desert Island, ho trovato delle influenze italo-disco. È un’impressione giusta?

Sì, amiamo l’italo-disco. Abbiamo una grossa collezione di vinili italo-disco, io ne ho degli scatoloni pieni.

C’è qualche artista di quel genere che vi ha influenzato in particolare?

Amiamo Giorgio Moroder, per esempio, e oltre a lui una lunga serie di oscuri artisti di quel genere. Di certo Moroder è tra quelli che più ci ha ispirato.

C’è un forte sentore dance anche in Contact High, il vostro primo singolo. Perché la scelta è caduta proprio su quel brano per lanciare l’album?

È stata una scelta comune, è stato il brano che la maggior parte di noi ha voluto, coinvolgendo nella scelta anche l’etichetta e una serie di amici.

That Beep invece era già presente su un EP, uscito nel 2008. Perché è stata inserita anche nel disco?

Si può dire che è stato il primo passo verso il disco, quindi ci è sembrato giusto inserirla, è iniziato tutto da quella canzone e da quell’EP. All’inizio pensavamo di lasciarla fuori, ma poi ci siamo convinti, aveva un senso metterla, era l’inizio della storia.

Dopo In Case We Die c’è stato un album di remix, intitolato We Died, They Remixed. Farete qualcosa di simile anche per Moment Bends? Sarebbe ottimo…

Sì, lo penso anch’io, ma penso che solo alcune delle tracce dell’album saranno remixate. Se troveremo un artista che ci piace e che ci sembrerà particolarmente adatto per una canzone, gli chiederemo di farlo, ma credo accadrà solo per pochi brani, non per tutte le canzoni presenti sul disco.

Cosa puoi dirci del video per Contact High? È stato diretto da Krozm, un duo di registi della vostra città. Gli avete lasciato fare ciò che volevano o avete lavorato assieme?

Lavoriamo sempre assieme ai registi, c’è sempre qualcosa di nostro quindi. Cerchiamo di avere uno scambio di idee durante la lavorazione, ci chiediamo a vicenda come e cosa fare. In questo caso loro si sono presentati con due idee, ci sono piaciute entrambe e le abbiamo mescolate. Ci piacciono molto, perché hanno sempre ottime idee, ma accettano comunque il confronto. C’è sempre molta discussione quando lavoriamo ad un video.

Cosa pensi della scena indie australiana in questo momento?

Penso che sia molto buona, c’è molta grande musica. Penso che circa dieci anni fa non succedesse nulla in questo ambito, c’era molto rock’n’roll, band come i Jet o i Vines che erano molto popolari, non solo in Australia ma anche in tutto il mondo. Penso che come reazione a quell’ondata siano nate band molto interessanti, come i Cut Copy, i Presets o i Midnight Juggernauts, gruppi più pop e dance. Penso che ora, grazie a queste band, la scena australiana sia molto in salute.

Per il futuro che progetti avete? Per ora pensate solo al tour o avete già qualche idea?

Per ora nulla sul fronte album. Quest’anno pensiamo solo al tour, poi vedremo ciò che accadrà, con calma…

Architecture in Helsinki la foto Gallery Completa di Francesca Pontiggia

 

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.