Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Marzo 11th, 2011
Bodi Bill – What? (Sinnbus, 2011)

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La scena musicale berlinese è sempre stata una pietra di paragone, soprattutto in riferimento a quei generi che tuttora si basano su una sperimentazione colta, sulla stessa avantgarde (elettronica) che fa dei Bodi Bill un ottimo esempio di dance intelligente. L’attributo “pensante” non è un elogio esclusivamente riferito ai testi; le parti vocali, infatti, sono altrettanto razionalizzate nel loro intreccio funzionale e rispondono perfettamente alla logica di quei pezzi che non perdono il loro fascino, se resi in chiave acustica. What? rappresenta sicuramente un passo in avanti per i Bodi Bill, un riproporsi sperimentando senza rinnegare la tradizione – soprattutto quella dei disco-club berlinesi – e senza dimenticare che sbagliare non è concesso quando chi ti ha preceduto sono nomi associati a questa scena, come David Bowie, Nina Hagen o i Kraftwerk. Il trio di Berlino ha corso un bel rischio, eppure, le aspettative non sono state disattese: in questo disco ci sono tutti i volti e gli eventi prominenti – e non soltanto serali – dell’eccitata ed imbrattata città il cui simbolo musicale, non dimentichiamolo, è la discotecara Alexanderplatz. Il disco è un pullulare di synth ed effetti acustici, ecco, non si tratta di una vera e propria sessione di electro-folk, dove solitamente all’elemento acustico vengono affiancati momenti elettronici: in questo caso – trattandosi di un disco prettamente suonato – ogni suono concorre in maniera uguale alla formazione del risultato finale. C’è il sapore drum and bass di Paper ed il ritmo rilassante di Brand New Carpet, la cui armonia si evolve in un volo di mosche elettroniche che danzano al ritmo di percussioni tribali; c’è perfino la dance minimale di Pyramiding, dove la voce di Fabian Fenk svolge, su un tappeto elettronico, qualche capriola vocale à la Jeff Buckley, episodio, questo, che lascia correre l’immaginazione di chiunque abbia amato il cantautore statunitense. What, l’affascinante title-track, svolge il suo tema attraverso un timido esempio di trip hop alla vecchia maniera, con l’intento di creare una ballata non convenzionale dove i cori decentrati emergono fra i pizzichi di arpe elettroniche: “experimentelle Musik”, si direbbe in tedesco. Garden Dress, invece, ha un attacco decisamente folk, la voce aderisce perfettamente al sottofondo di chitarra tremolo, accattivando con il ritmo staccato degli accordi, presente anche nella traccia successiva, The Net, una valida dimostrazione di electro-folk nella sua versione più malinconica e cantautorale, poche note riverberate di un pianoforte e fiati improvvisi ma educati (e sempre rigorosamente passati al settaccio di qualche sintetizzatore). In And Patience il cantato è sempre viscerale, segue con scrupolo la base senza lasciarsi ammaliare da direzioni scontate e ritornelli facili. Il bello deve ancora arrivare. Hotel, la traccia scaricabile gratuitamente dal loro sito, è senza alcun dubbio la migliore dell’intero album, con quel finale tribale e teutonico nel quale i rumori provenienti dalla giungla si scontrano con qualche fortunato funambolismo vocale. Si fanno ascoltare – con un certo entusiasmo –, pure Sea Foam con i suoi beat malati, ed a volte indecifrabili nel genere, e la conclusiva Friends, la traccia più tetra del cd, un tappeto di elettronica minimale, a tratti depechemodiana. La traccia nascosta – che scocca al minuto 09:53 –  sfoggia sulla base techno un susseguirsi di suoni frammisti, un pastiche sempre e rigorosamente inflessibile. La seducente “spazzatura” sonora proposta dai Bodi Bill è il risultato di un melange musicale tra folk, techno ed elettronica dal vivo, orgogliosamente midtempo; d’altronde, come loro stessi dichiarano, il modo migliore per comunicare il proprio estro artistico è quello di farvi ballare.

Bodi Bill su Myspace

 

Sebastiano Piras

Sebastiano Piras

Sebastiano nasce in Germania e sin da piccolo mostra uno sfrenato interesse nei confronti della musica, dal pop soul dei Commodores alla singolarità del Duca Bianco.