Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Ade Blackburn dei Clinic dopo il loro concerto del primo dicembre 2010 all'Init di Roma, l'intervista 

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Le foto dell’articolo sono di Chiara Gabellini

Intrappolati in madrepatria dal maltempo i Clinic arrivano a Roma per la loro prima data italiana con un ritardo non indifferente: dopo un pulsante soundcheck che sfiora l’infinito, la band di Liverpool si precipita sul palco non prima di mezzanotte, con le storiche mascherine da sala chirurgica e dei colorati dashiki africani, nuovo marchio scenico per il tour in supporto all’ultimo Bubblegum. I pezzi scorrono veloci in un continuum adrenalinico e gli estratti del nuovo album vengono travolti dal vortice perdendo il tono morbido, easy-listening, con cui i Clinic le hanno concepite su disco, per discostarsi dal loro sound usuale. Dal vivo sono ancora i suoni garage, post-punk e le tastiere psichedeliche a tuonare dal palco, accompagnando l’irresistibile timbro acidulo di Ade Blackburn con navigata disinvoltura. Ade incita a ballare e parte del pubblico non se lo fa ripetere due volte. I pezzi storici (T.K., Harvest, I.P.C., Internal Wrangler) mantengono un’alta dose energetica, dando il via a un rapido contagio danzereccio e creando un’atmosfera liberatoria. I Clinic per un’ora e poco più intrattengono stoicamente il pubblico in barba alla stanchezza, facendoci dimenticare l’attesa e lasciandoci riprendere il fiato con una meravigliosa, catartica Distortions. A concerto concluso inseguiamo il tour manager Enrico di Locusta nel backstage e incontriamo il bassista Brian Campbell, prodigo di sorrisi e ancora fresco come una rosa. Di lì a poco arriva Ade, sprovvisto di maschera, e ci concede con estrema gentilezza una rapida intervista nel buio di un gazebo martellato dalla pioggia. Giusto il tempo di una sigaretta.

Il concerto di stasera è il terzo vostro qui a Roma. Siete venuti spesso in Italia negli ultimi anni e la scorsa estate avete suonato al Soundpark festival di Pordenone. Qual è il vostro rapporto con l’Italia?

Adoro l’Italia. L’anno scorso abbiamo suonato per alcune date e in quel piccolo festival ad Agosto. Ci sono due motivi in particolare: c’è un underground psichedelico molto attivo, come quello attorno alla rivista Misty Lane, e poi venivo sempre in vacanza in Italia quando ero bambino, quindi venire in Italia mi fa sentire nostalgico, mi sento un po’ come a casa e tendo a rilassarmi.

L’ultimo album, Bubblegum, ha senza dubbio delle sonorità differenti rispetto ai vostri dischi precedenti, complice anche la produzione di John Congleton. C’è un innegabile propensione per sonorità più morbide e meno punk, garage di quelle cui siamo abituati. Pensi che sia una prosecuzione naturale di un lato che è sempre esistito nei Clinic o è stata una scelta più intenzionale?

È stata una decisione vera e propria. Non volevamo più affidarci solo alle distorsioni e al noise, ma continuare a usarli in modo più o meno giocoso aggiungendo gli archi, ad esempio, in modo da dare una svolta originale. È stata una decisione consapevole. In passato abbiamo già inciso dei pezzi più melodici, ma in questo caso abbiamo puntato a scrivere un album intero in quel modo, un po’ più easy-listening, anche se non manca una componente più sovversiva e spigolosa. Credo che ogni album sia una minima reazione a ciò che abbiamo fatto prima. Probabilmente il prossimo disco potrà virare verso l’elettronica o di nuovo verso il punk. (continua a pagina 2….)

Riguardo al video del primo singolo, I’m Aware. Leggendo i commenti su Youtube sembra che in molti abbiano pensato che quei pupazzetti siano un po’ fumati; c’è un’atmosfera decisamente lisergica. È stata una vostra idea o il tutto è nato dal regista?

Volevamo che l’atmosfera dell’intero album fosse vagamente da trip, che riproducesse quello stato mentale in cui non capisci bene cosa ti stia succedendo. Peter Fowler, che ha girato il video, ha colto in pieno la nostra idea. Ha cercato di riprodurre questa sorta di spettacolo televisivo per bambini da cui non riesci a staccarti, che pian piano diventa sempre più bizzarro. Quando arrivi al punto in cui quel sole nel mezzo vomita degli arcobaleni ti rendi conto che non può essere uno show ber bambini. Mi piace molto l’idea che a prima vista possa sembrare qualcosa di carino e gradevole, poi diventi qualcosa di più subdolo.

La canzone Radiostory è davvero curiosa. È una specie di short story, vero? L’ultimo verso richiama il pezzo An Astronauta En Cielo. Le due canzoni sono connesse?

Sì, è decisamente una short story e i due pezzi sono collegati. Mi è sempre piaciuto quando alcune band hanno fatto canzoni che non sono poi finite sull’album, ma che mantengono un richiamo, come Waiting for The Sun dei Doors, che è sull’album successivo. Per quanto riguarda Radiostory, non avevamo mai scritto qualcosa che assomigliasse a un racconto fatto e finito. La canzone ha un tono erotico e strano. È stata una cosa molto divertente da fare e, di nuovo, è accompagnata da una melodia molto orecchiabile.

E sul vostro sito c’è questa possibilità interattiva di registrare la propria Radiostory con musiche tratte dall’album. Vedo che i fan apprezzano molto…

Sì. Sai, quando c’è possibilità di farlo è bello lasciare la possibilità di aggiungere qualcosa. Mi piace quando la gente può creare qualcosa in modo personale e si annulla un po’ la distanza con l’artista.

Vivete ancora tutti a Liverpool? Vi capita di andare a dei concerti insieme?

Tre di noi vivono ancora a Liverpool. Carl, il batterista, adesso vive a Manchester. Siamo ancora tutti molto vicini. Abbiamo lo studio a Liverpool, dove facciamo le prove e tutto il resto. Sì, qualche volta capita che si vada a dei concerti insieme. Facciamo le prove in un magazzino sul fiume, dove incontriamo un sacco di band di Liverpool; è uno dei più grandi posti in cui provano le band locali.

Negli ultimi tredici anni avete sempre indossato le maschere da sala chirurgica, assieme ai camici e ai cappelli alla Residents. Avete qualche cambio di “costume” in programma per il futuro?

Anche questa volta abbiamo optato per dei costumi più colorati. Abbiamo abbandonato le magliette hawaiane e del Guatemala che abbiamo indossato nei tour precedenti, che avevano un qualcosa di sottilmente ironico. Penso che la prossima volta opteremo per qualcosa di più drastico! (continua a pagina 3…)

Setlist:

1.     Bubblegum / 2.     Lion Tamer / 3.     Memories / 4.     Milk & Honey / 5.     Welcome / 6.     Baby / 7.     Monkey / 8.     Gentle Lady / 9.     T.K. / 10.  Harvest / 11.  Distortions / 12.  I.P.C / 13.  Evelyn / 14.  Shopping Bag / 15.  Internal Wrangler / 16.  Orangutan /// Encore: / 17.  Walking With Thee / 18.  Evil Bill / 19.  Children of Kellogg

 

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Giuseppe Zevolli

Giuseppe Zevolli

Nato a Bergamo, Giuseppe si trasferisce a Roma, dove inizia a scrivere di musica per Indie-Eye. Vive a Londra dove si divide tra giornalismo ed accademia.