Cosmo – Disordine

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cosmo_disordineConfusione, disorientamento, talvolta, più superficialmente, crisi. I nuovi cantautori italiani sembrano non trovare pace e certo non si risparmiano nel manifestarlo, il più delle volte, però, piangendosi addosso o eccedendo in tediose tirate retoriche o, ancora, crogiolandosi in modestissimi drammi sentimentali, al più buoni per soap pre-serali.
Rari sono i casi in cui l’autore riesce a coniugare un’attenta fotografia del proprio momento storico ad una sincera visione personale dello stesso. Tanto vale, allora, disinteressarsene (così da rendere anche un “miglior servizio alla causa”) e affrontare temi “seri” sotto altro approccio, ben meno pretenzioso e senza dubbio più interessante.
L’esordio da solista di Marco Jacopo Bianchi, vocalist dei Drink To Me, può collocarsi in questa corrente. Obiettivo: parlare di sé, dell’incertezza del futuro, di una certa, ma non patologica, instabilità mentale. In una parola, delle ansie ordinarie di una generazione.
Alla larga, però, due cose: il profilo sociale e il sentimentalismo. A Cosmo non interessa la politica (e vabbè) né l’amore (per fortuna), ma non per questo si atteggia a cinico o qualunquista.
A livello lirico, affronta le proprie paure con sincero distacco senza per questo risultare meno personale, con garbata ironia senza dover risultar simpatico a forza. Coerentemente, anche sotto l’aspetto musicale sceglie l’arma del piacevole intrattenimento, disegnando un’elettronica che fa una sana indigestione di campionatori e un discreto abuso di synth a fare massa, pecca, quest’ultima, piuttosto evidente seppur veniale, col risultato, nella seconda parte, di appiattire dal punto di vista dinamico il brio e la spigliatezza del lato A.
Ma, a dispetto del titolo, l’album è assai curato, inserito nella contemporaneità ma non modaiolo all’esasperazione, e il lavoro di Bianchi sui campioni e sugli incisi ritmici, da quelli più danzerecci a quelli più “sperimentali”, è notevole. Inoltre, canta, e anche molto bene, su linee vocali certo non buttate lì e anche in questo Cosmo si stacca decisamente da altri suoi contemporanei.
È convincente sia quando evoca il Battisti degli anni ‘80 (Ecco la felicità) sia quando si ispira ai propri numi tutelari Animal Collective o, restando in zona, alla sua band (almeno quella dell’ultimo, pregevole S), cosicché, non fosse altro che per onestà intellettuale, assomiglia a se stesso, padroneggiando agilmente la materia e, non ultimo, riuscendo in un singolo davvero indovinato (Ho visto un dio).
Affiorano tracce di “subsonichismo” in qualche inflessione vocale, complice anche l’inflessione regionale davvero caratteristica, ma senza la pesantezza dell’originale e non inficiano la compattezza di un lavoro sicuramente ben fatto, senza impennate di follia, ma con il dichiarato e centrato intento di divertire con buon gusto e di attirare pubblico senza risultare ruffiano. Non è poco.

Francesco D'Elia
Francesco D'Elia
Francesco D'Elia nasce a Firenze nel 1982. Cresce a pane e violino, si lancia negli studi compositivi e scopre che esiste anche altra musica. Difficile separarsene, tant'è che si mette a suonare pure lui.

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