martedì, Settembre 29, 2020

Fleet Foxes – s/t (Sub Pop 2008)

L’omonimo disco di debutto dei Fleet Foxes, grande scoperta di casa Sub Pop, sempre più lontana dai suoni grunge che la resero grande, sarà probabilmente ai vertici di tutte le classifiche riguardanti i migliori album di questo 2008. Questo non solo grazie all’hype creatosi attorno al quintetto di Seattle, comunque consistente, ma soprattutto per le enormi qualità mostrate dal gruppo, capace di scrivere ed arrangiare canzoni di rara bellezza e di concentrarle in una quarantina di minuti praticamente perfetti, al di fuori di ogni moda e di qualsivoglia riferimento temporale.
Certo, le influenze della tradizione folk, di grandi nomi del passato, su tutti Crosby, Stills, Nash & Young e, perché no, Paul Simon, e di gruppi contemporanei, tra cui The Shins, Band Of Horses e My Morning Jacket, si fanno sentire, ma al servizio di pezzi che brillano in ogni momento di luce propria. L’iniziale “Sun It Rises” è introdotta da cori a cappella che rimandano a brani tradizionali, come quelli riportati all’attenzione generale qualche anno fa dalla colonna sonora di “Fratello, dove sei?”, per poi lasciare spazio a fraseggi liquidi di chitarra che ci accompagnano per tre minuti di pura estasi. Un vero e proprio gioiello pop è la seguente “White Winter Hymnal”, con intrecci vocali e strumentali che trasportano l’ascoltatore in paesaggi bucolici e rassicuranti. “Ragged Wood” si sposta su ritmi country, con sovrapposizioni di voci alla “Deja-vù” ancora al centro dello sviluppo della trama musicale. E’ poi la volta di una struggente ballata, “Tiger Mountain Peasant Song”, dove un semplice arpeggio di chitarra è il sottofondo per le nostalgiche riflessioni della bella voce di Robin Pecknold. Dopo la vagamente psichedelica “Quiet Houses”, “He Doesn’t Know Why” è un’altra ballata dalla melodia memorabile, stavolta su una storia di frontiera e di affetti familiari senza tempo, chiusa da 30 secondi di piano solitario. In “Heard Them Stirring” i cinque si cimentano invece con richiami ad atmosfere desertiche, tra Calexico e Morricone, introduzione a “Your Protector”, fantastica e spettrale cavalcata tex-mex, uno dei picchi dell’album, se proprio bisogna sceglierne. Arrangiamenti minimali per “Meadowlark”, chitarra e voce appena accennate, fino all’ingresso di cori malinconici, presenti anche nell’introduzione di “Blue Ridge Mountains”, altro esempio di perfetta canzone folk, con, per una volta, un ruolo preminente dato al piano. La chiusura è affidata a “Oliver James”, bellissima ed eterea, uno squarcio nello spazio-tempo, che potrebbe essere stata scritta 70 anni fa così come nel 2100.
Proprio in questo sta la forza del disco dei Fleet Foxes: la capacità di scrivere canzoni fuori dal tempo, legate a doppio filo alla tradizione, ma con una forza nascosta dentro di loro che le rende assolutamente attuali. Una dote che hanno ben in pochi, e che i nuovi rampolli Sub Pop hanno saputo sfruttare al meglio già in questo esordio, regalando qualcosa che resterà a lungo.

Fleet Foxes su myspace.

Il video di white winter hymnal.

Fabio Pozzi
Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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