domenica, Settembre 20, 2020

Ilaria pastore; nel mio disordine, la foto-intervista

(Foto di Francesca Pontiggia)

Nel mio disordine” è il tuo primo disco. Puoi raccontarci brevemente com’è nato il tuo amore per la musica e la tua carriera fino ad oggi, con il raggiungimento di questo importante traguardo del debutto discografico?

Sono ormai dieci anni che suono in giro. L’amore per la musica c’è sempre stato fino a quando, a un certo punto, oltre ad ascoltarla mi sono detta “Perché no?”. Così mi sono comprata una chitarra elettrica, perché ero amante del rock, quello “cattivo”; dal giorno in cui ho iniziato a suonare poi non ho più smesso. La passione per la scrittura ce l’ho sempre avuta, ho sempre scritto quaderni su quaderni. Quindi è stata una cosa molto naturale, sicuramente partita da un mio bisogno di espressione dopo aver avuto un’infanzia un po’ complessa. In casa mia non c’era una grande cultura musicale, a parte mio fratello che mi ha proprio viziata con Police, Led Zeppelin, ecc. Quindi è andata così, ho iniziato per bisogno. Tutto qui.

Da qualche anno la formazione con cui ti esibisci dal vivo è quasi sempre stata il trio, mentre sul disco ci sono più contributi. Come sarà quindi la resa live con la formazione classica, in confronto al suono più “ricco” delle registrazioni?

Sicuramente la resa live con una band completa è più corposa, però noi siamo riusciti a mettere su un repertorio completo in trio molto “pieno”, proprio perché abbiamo fatto mesi e mesi di prove, dato che arrangiare in trio è complicato. Pensiamo di esserci riusciti bene. Possiamo definirlo come un album in trio con aggiunta di altri.

Il concetto alla base del disco è quello del tempo, con la narrazione di un’intera vita che si dipana attraverso i 10 brani. Come è nata l’idea di creare questa storia?

In realtà non è nata un’idea, sono canzoni scritte in base a delle fasi della vita. Quindi è una narrazione fedele di quello che mi è successo, di ciò che ho pensato, di quello che ho vissuto. Suonando in giro capisci tante cose della musica. Non è nata un’idea, è un po’ come un diario.

Hai curato la produzione del disco assieme a Gipo Gurrado, di cui abbiamo parlato anche su Indie-Eye con il suo progetto solista Nolan. Come è nata la collaborazione con lui? E come è stato lavorare assieme proprio per la produzione?

La produzione in realtà è Pastore-Fasino-Fusco-Gurrado, siamo in quattro. Poi Gipo ha curato l’aspetto della produzione artistica nel dettaglio, perché lui appunto è produttore musicale. La collaborazione è nata perché Gipo sentì il nostro demo e rimase colpito da queste sonorità, quindi già un paio di anni fa mi chiese se mi andava di collaborare. È passato un bel po’ di tempo, poi abbiamo deciso di partire con questo progetto del disco. Lui ci ha proposto le sue idee, che a noi sono piaciute un sacco, anche se poi durante la lavorazione sono cambiate un po’ di cose, che pensavamo di fare in modo molto diverso. In realtà è stata una cosa molto naturale, perché Gipo è molto pacato nel proporre le sue idee e sapeva che io ero molto affezionata a questo progetto, visto che ci avevamo lavorato tanto in trio. Quindi è stato molto bravo a proporre con le giuste dosi e i giusti modi. Alla fine è venuto fuori un sound molto largo, molto particolare. Sono contenta che Gipo sia qui alla Casa 139 anche stasera, così, per questa volta, può dare il suo contributo anche live.

Ascoltando il disco ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a un incontro di molte influenze, dal cantautorato più “classico” fino a quello definibile come “indie”, ad esempio quello di Cristina Donà, passando per il jazz e molto altro. Queste anime diverse esistono davvero? Come è stato bilanciarle nel giusto modo?

Sono disordinata in tutto, anche nell’ascolto della musica. Non ho mai ascoltato tantissima musica italiana, per esempio Cristina Donà la conosco, ma non così bene. Molti mi affiancano a lei, mi fa molto piacere, ma non la conosco così bene, quindi è proprio un caso. Il jazz invece mi piace tantissimo, ascolto un sacco di musica brasiliana, ho adorato i Metallica per tutti i miei vent’anni. Non so esattamente cosa sia successo; sicuramente è stata una forsennata ricerca di uno stile, partendo dal presupposto che non si può più inventare niente. C’è stato un lavoro, anche con i miei musicisti, di ricerca di un’identità forte; sicuramente l’ascolto di cose completamente diverse mi ha aiutato a non affezionarmi troppo a una cosa piuttosto che a un’altra.

I testi hanno tutti una forte impronta femminile. Si può dire che scrivendoli tu abbia cercato di esprimere il tuo concetto di femminilità, il tuo sguardo personale ma al tempo stesso universale su cosa voglia dire essere donna?

Sì, mi piace molto questa visione. È vero, è un disco femminile. È dura essere donna nella musica, è dura essere donna nella vita e sicuramente questa appartenenza ha influito molto su questo disco.

Tra le dieci canzoni che compongono il disco ce n’è una a cui ti senti più legata? E perché?

Sicuramente “La chiamano notte”, perché è tra le prime che ho scritto, è dedicata a mia madre e lì c’è un’espressione forte di femminilità e di complicità tra madre e figlia. Senza dubbio è quella a cui sono più legata.

Proprio in “La chiamano notte” compare come ospite Mattia Boschi, che da più di un anno fa parte in pianta stabile dei Marta Sui Tubi. Lo conoscevi già prima del suo ingresso in quel gruppo o l’hai contattato per collaborare dopo averlo visto all’opera con Gulino e Pipitone?

Lo conoscevo già; è stato Mattia a proporsi, molto gentilmente. È stato molto naturale, anche perché lui lavora volentieri con tanti cantautori, che tra l’altro conosco. Nonostante provenga dalla classica è un musicista che ama accompagnare il cantautore. Quindi è stato lui che si è “dato”.

Hai partecipato a molti concorsi per artisti emergenti in questi anni, vincendone più di uno, tra l’altro. Pensi che oggi sia ancora un modo per farsi notare, migliore magari di Myspace e della rete?

Da una parte sì; noi siamo stati fortunati perché abbiamo avuto il piacere di partecipare a concorsi molto seri. C’è stata anche la fase in cui beccavamo concorsi tutt’altro che seri e lì capisci che è davvero uno spreco di tempo. Però ci sono alcuni palchi dove sei messo in competizione, e questa è una cosa che non mi piace più molto, però c’è dietro uno staff di persone che lavorano tantissimo per farti promozione. Grazie a molti concorsi che abbiamo vinto abbiamo poi avuto un sacco di occasioni per suonare, per interviste. Perciò sicuramente è importante, bisogna capire bene dove e come, ma è un aspetto importante per un cantautore il concorso.

Uno di questi concorsi era quello di Poggio Bustone dedicato a Lucio Battisti, di cui hai eseguito “Il mio canto libero”. Ci sono altre cover di artisti italiani o stranieri che amate fare o che vorresti fare?

Sì. Ora sto lavorando molto su Domenico Modugno, che scopro molto tardi però è davvero fantastico. Sicuramente faremo un brano di Modugno, quindi. Negli anni le cover le abbiamo un po’ eliminate, perché il repertorio si sta ampliando, la gente viene a sentire noi e quindi ne approfittiamo. C’è stato il turno di Tracy Chapman, come per tutti, Battisti, “True Colours” di Cindy Lauper; abbiamo fatto un po’ di cose, sempre molto riarrangiate, soprattutto melodicamente.

Ultima domanda classica: progetti per il futuro?

Suonare, suonare, suonare il più possibile, per cercare di dare spazio a questo disco nel modo giusto. La gavetta l’abbiamo fatta, ora cercheremo degli spazi adatti a noi. Sicuramente cercheremo visibilità in Francia, perché abbiamo avuto la possibilità di suonare più volte a Parigi ed è piaciuto tantissimo. Quindi metteremo il naso fuori dall’Italia, faremo qualche concorso, perché no, e poi sarà la gente a decidere.

Ilaria Pastore su myspace

Fabio Pozzi
Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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