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Tra i protagonisti della 36ma edizione del premio Tenco, dove si esibirà il prossimo 11 novembre, Jacopo Incani, aka, Iosonouncane, l'intervista 

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E’ notizia di questi giorni la vittoria di Iosonouncane del premio Fuori dal Mucchio con il proprio album d’esordio, La Macarena su Roma, prodotto da Trovarobato nell’ottobre 2010; al di là di questo,  anno davvero positivo per l’artista Sardo d’adozione Bolognese, non solo per il notevole feedback critico ottenuto, ma anche per un inconsueto successo di vendite che avrebbe spinto l’etichetta alla ristampa dell’album a sei mesi di distanza dall’uscita. Tra le notizie più rilevanti che riguardano Iosonouncane, la partecipazione alla trentaseiesima edizione del Premio Tenco, durante la serata dell’11 novembre. Vi proponiamo per l’occasione una foto-intervista realizzata da Francesco D’Elia e Tommaso Fantoni, rilasciata da Jacopo Incani, aka Iosonouncane pochi mesi fa durante una splendida e calda serata, al Volume di Firenze, locale di rinnovata gestione, che il martedì sera propone concerti elettroacustici sotto l’indovinata direzione artistica di Gioacchino Turù e Vanessa V., promotori della rassegna “Gli amici di Vanessa”, che ha raccolto alcuni dei nomi più interessanti del sottobosco underground toscano e non solo. Con Iosonouncane si chiacchiera (piacevolissimamente) per una mezz’oretta, saltando dagli ottimi riscontri de “La macarena su Roma” agli esordi con gli Adharma, agli ascolti di musica elettronica, al mai sopito amore per il calcio.
 

Ti senti di fare un bilancio in seguito ad un ormai conclamato apprezzamento da parte di critica e pubblico? Le reazioni ai concerti come sono?

Sono contento, alcuni concerti vanno molto bene, altri meno, ma comunque in generale le reazioni sono soddisfacenti. Del disco, in effetti, da sei mesi a questa parte si è parlato tanto, forse troppo. È pur sempre un primo disco, un esordio; sento di avere comunque tanto da lavorare, dato che fare elettronica, suonare un campionatore non è meno impegnativo di suonare qualsiasi altro strumento. Per adesso metto da parte gli ottimi risultati e vado avanti.

 

È un disco dalle importanti tematiche sociopolitiche e addirittura sembra che la crisi e la follia che tu racconti siano addirittura peggiorate rispetto al periodo call center e crisi economica. Adesso la natura si ribella e versiamo in una fase di conflitto internazionale. È forse il caso che la musica debba aggiornarsi di conseguenza nelle tematiche da trattare?

Penso che essere legati troppo alla cronaca sia pericolosissimo, anche se i miei pezzi legati alla cronaca (vedi Summer on a spiaggia affollata) non credo siano ancora “datati”. Il mio obiettivo, quando scrivo, non è però prendere in pieno il momento storico, anche perché, se mi ci relaziono da cittadino, rischio di avere una visione inevitabilmente parziale delle cose. Non ho mai un’unica e ferma opinione in proposito.

 

Sei comunque dell’idea che le espressioni artistiche (anche senza dover diventare “arte”) possano o debbano rivestire una funzione sociale?

Hanno sicuramente una funzione sociale, dato che incidono sul gusto delle persone. La canzone non può fare nulla di più che offrire una prospettiva differente su una questione, il che è già tantissimo.

Rispetto al passato (leggi ’68 o ’77) sembra, però, che di autentica rivolta sociale se ne veda pochina, ma anzi c’è parecchia rassegnazione. Credi che anche musicisti, registi e scrittori si siano in qualche modo rassegnati?

È una questione tutta italiana, questa. Prendi ad esempio Panda Bear o Talibam!, artisti con un approccio come il loro nemmeno si pongono il problema. Qui da noi affidiamo alla canzonetta il compito di dire la verità ed è una fregatura gigantesca, dalla quale i più grandi (De André, Dalla, Battiato, De Gregori) seppero tirarsi fuori con la massima eleganza, il che li rende ancora attuali. Gli altri sono vecchissimi. Poi la situazione italiana è spaventosa, nel senso che basta scrivere una canzone sociale per avere visibilità; e io di belle canzoni sociali al momento non ne sento. Io penso che in quel momento avevo bisogno di esorcizzare certe cose, non credo nell’imperativo dell’impegno.

 

 

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Francesco D'Elia

Francesco D'Elia

Francesco D'Elia nasce a Firenze nel 1982. Cresce a pane e violino, si lancia negli studi compositivi e scopre che esiste anche altra musica. Difficile separarsene, tant'è che si mette a suonare pure lui.