Jeremy Messersmith – The Reluctant Graveyard (2010)

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Terzo album per Jeremy Messersmith, alfiere di un cristallino chamber pop di matrice sixties ben ancorato a quella revisione tutta americana che saccheggia a piene mani dai Kinks di Arthur(Or The Decline & Fall Of The British Empire), dai Beatles di parte McCartney / George Martin e dal lato più visionario dei Beach Boys in versione contenuta. Per il songwriter del Minnesota il filtro potrebbe essere quello di Elliot Smith, almeno per i pochi e brevi episodi acustici, ma c’è molto di più rispetto ad una pletora di imitatori del compianto autore di Portland e questo The Reluctant Graveyard, con la sua veste agrodolce, conferma il talento e le capacità di una scrittura da tener d’occhio. Mentre i primi due episodi dell’album passano lisci come olio nella loro forma old fashioned che riaggiorna l’energica malinconia di Ray Davies, è la terza traccia che introduce le prime sorprese; Organ Donor è un piccolo gioiellino per archi e una chitarra dall’inflessione reggae, come l’avrebbero potuta suonare gli Shadow, delicato viraggio seppia che racconta con leggerezza il trapasso a miglior vita. Messersmith ci sembra abile proprio nella costruzione di questi melò di passaggio, è sufficiente abbandonarsi alle atmosfere a là Carpenters di Violet, alla sontuosità in odor di Moody Blues di Knots e alla davvero splendida John the Determinist che con un tappeto d’archi ossessivo riverbera Philip Glass, Martha my dear e i Radiohead in un corpo solo, davvero un bel ponte tra passati remoti e recenti. Il Rickenbacker sound di Deathbed salesman in fondo altro non è che una bella sintesi tra Byrds è la ruffianeria di un anthem che funziona davvero.

Jeremy Messersmith su myspace

Roberto Ragionieri
Roberto Ragionieri
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