martedì, Ottobre 20, 2020

Kele – The Hunter (Wichita, 2011)

Kele Okereke è la quintessenza dei Bloc Party, un anglo-nigeriano dichiaratamente omosessuale che spazia dall’indie-rock al dubstep, il tutto con una voce che fa della propria unicità il proprio punto di forza. Dopo il buon successo di critica del debut album da solista, The Boxer, Kele torna con un nuovo EP composto da 7 brani che sicuramente non piaceranno a chi lo ha amato nel periodo in cui militava nei Bloc Party. Cominciamo col dire che manca un pezzo forte à la Everything You Wanted, il singolo che più di tutti è riuscito ad attirare l’attenzione del pubblico verso un album, il primo, la cui sorte non era poi così rosea. Se The Boxer rimane un disco dove all’alt-rock dei Bloc Party viene preferita l’elettronica in tutte le sue sfaccettature, questo The Hunter, delude per innovazione. Non si può, alle porte del 2012, fare un album in ritardo di ben vent’anni, perché si, il revival della scena dance British anni ’90 non avrebbe senso in un momento in cui la musica pop pesca dall’euro trance targata novanta, privilegiando soprattutto i suoni trash della dance dell’est Europa. Il primo singolo, What Did I Do, avrebbe potuto garantire a Kele un posto al sole, se fosse stato lui a cantarla, invece si è accontentato di “farsi ospitare” dalla voce di tale Lucy Taylor, che non solo rende la traccia anonima, ma ne annienta ogni intento di produrre qualcosa che fosse dubstep nell’accezione più ricercata del termine. Non che il revival del dubstep anni ’90 sia così impossibile è poco redditizio. Si prenda come esempio la giovane Katy B, la quale col suo primo album ed una rivisitazione in chiave attuale dell’UK garage ha messo d’accordo pubblico e critica. Qui il problema sta a monte. È triste dover assistere al ritorno ad un passato non troppo remoto da uno come Kele, che insieme alla sua band di allora, a partire dal 2000, ha sempre guardato in avanti, producendo lavori alternativi ed innovativi che al massimo avevano come pietra di paragone gli anni ’60 e ’70, con suoni post-punk e New Wave. E c’è anche di peggio in questo album, dalla dance da spiaggia caraibica di Release Me agli arrangiamenti (anche questi troppo anni ’90) di Devotion così fastidiosamente celebratori del William Orbit post-Ray Of Light. Goodbye Horses è invece un pezzo che fa ben sperare (in un prossimo album). Kele non è finito, si è perso, deve ancora capire cosa vuol fare da grande e alla sua età, a trent’anni, è ora che la smetta di confondere ulteriormente le acque e scelga il suo cammino. D’altronde, l’EP – a partire dagli ultimi tre pezzi – riprende quota, seppur senza un vero e proprio decollo. Il problema non è infatti la mancanza di argomenti, il problema è come viene detto. Il ragazzo è intelligente, ma non si applica.

Kele su myspace

 

Sebastiano Piras
Sebastiano Piras
Sebastiano nasce in Germania e sin da piccolo mostra uno sfrenato interesse nei confronti della musica, dal pop soul dei Commodores alla singolarità del Duca Bianco.

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