lunedì, Settembre 28, 2020

L’amore al tempo del disamore – fotointervista ai Non voglio che Clara

A quattro anni di assenza dal capolavoro omonimo “Non voglio che Clara”, la band bellunese torna con l’attesissimo terzo album “Dei cani” (N.D.R. recensito da questa parte su IE), un lavoro per molti aspetti di svolta rispetto ai precedenti ma che naturalmente non smentisce il talento di una band con un potenziale compositivo raro e pregevole. Abbiamo incontrato il frontman e autore dei testi Fabio De Min e il bassista Matteo Visigalli in occasione della prima data di presentazione del nuovo album al circolo ARCI Bellezza di Milano.

Le Foto sono di Francesca Pontiggia

Sul titolo “Dei Cani” ci sono già svariate teorie, ve lo chiedo subito, è una bestemmia?

Fabio: è più un complemento d’argomento ma può naturalmente essere inteso anche come una bestemmia, pagana però, perché usando il plurale può trattarsi solo di una bestemmia pagana. Il disco, in ogni caso, parla proprio di cani.

Ovvero? ci racconti?

Fabio: Diciamo che il disco ha un corpus narrativo unico, c’è una storia che poi viene spezzettata e scombussolata dalla costruzione finale della scaletta. Non è un concept album perchè non c’è consecutio, le varie parti della storia si scambiano di posto, ma in fondo lo è perchè una volta che ho scelto i pezzi da inserire nel disco ho capito che tutto ruotava intorno a una narrazione unica. La questione dei cani riguarda ciò che sente il protagonista della vicenda nei confronti della sua stessa storia e di come questa verrà poi percepita all’esterno e quindi giudicata. La storia è quella di un omicidio passionale o di un non-omicidio passionale a seconda della lettura che vogliamo dare ai pezzi. Il punto centrale è come poi questa storia verrà recepita e quali giustificazioni si possano dare al comportamento del protagonista. Il rapporto di cui parlo è cioè quello esistente tra il singolo, il suo comportamento e il suo pensiero e la morale comune e qua ritorna la questione legata alla bestemmia pagana perchè ovviamente si parla di morale e etica cattoliche. Majakovskij sosteneva di sentirsi un cane nei confronti dell’ambiente in cui operava, una non-persona ed è questo stacco dal sentimento della comunità che ho voluto raccontare, in questo caso cioè, il “cane”, è il protagonista.

 “Dei cani” è un disco più rock e con una volontà, mi pare, di contemporaneizzare come mai prima il vostro suono. Una scelta? Un cambiamento in corso d’opera?

Matteo: Ho letto da qualche parte che i nostri dischi sono tutti uguali e mi pare un’assurdità. Sicuramente hai individuato una realtà che nonostante sia uscita, a livello fisico e pratico, più nella seconda parte della produzione avevamo progettato fin dall’inizio della lavorazione perché volevamo un disco che fosse più suonato, meno arrangiato. Inoltre è cambiato il batterista ed è subentrato un chitarrista portando naturali evoluzioni.

Fabio: Rispetto al disco precedente è stato proprio diverso, infatti, l’approccio compositivo, volevamo fosse anche un album più immediato, desideravamo costruire una cosa tutti insieme e che fosse poi più suonabile dal vivo. Per me non è un grosso spostamento, il lavoro di ricerca che abbiamo fatto in passato sull’orchestrazione faceva comunque parte di qualcosa che si esaurisce poi nel processo creativo di quest’album. A noi piace, ogni volta che entriamo in studio, farlo con uno spirito diverso e anche lavorare con un metodo di lavoro per noi inedito, cercando di utilizzare e sfruttare al meglio gli strumenti creativi che abbiamo in quel dato momento a disposizione.

Come si è inserita, in questo processo, la nuova produzione di Giulio Ragno Favero (One dimensional man, Il Teatro degli Orrori)?

Fabio: Io ho dato proprio carta bianca a Giulio, lo conosco da anni so come lavora e penso sia uno dei migliori musicisti in Italia proprio in senso assoluto anche perché gli riconosco una preparazione tecnica di altissimo livello. In virtù di questa fiducia lui ha lavorato in autonomia facendo anche scelte radicali, ma questo è quello che noi volevamo. Abbiamo, alla fine, condiviso anche queste scelte proprio perché, come dicevamo, dietro il cambiamento apportato c’era anche una volontà chiara da parte nostra.

Matteo: Giulio direi che l’abbiamo proprio cercato apposta, lui non si è limitato al missaggio dei pezzi ma è entrato a tutti gli effetti nella produzione artistica e si può dire che abbiamo proprio lavorato insieme.

Redazione IE
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