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Lele Battista intervistato nella sua casa di Milano in una foto intervista in esclusiva per indie-eye network 

Settembre 13th, 2010
Lele Battista, la foto-intervista in esclusiva

Di

Lele Battista: da Pascal a Mario Schifano, nuove esperienze sul vuoto // Foto intervista in esclusiva per Indie-eye.it

Se cantautore esiste e questo termine ha ancora oggi il valore nobile e alto che ha avuto nella storia della nostra musica, Lele Battista ne è di certo luminoso e profondo esempio. Una storia che sta nell’underground dei nostri anni ’90, due gloriosi dischi, L’eroe romantico (1998) e Un curioso caso (2002), ancora troppo poco noti e citati, pubblicati come frontman di uno dei più promettenti, eleganti e virtuosi progetti di quegli anni: i La Sintesi. Segue un disco solista, Le Ombre (2006), concept album raffinatissimo sul tema fisico e metafisico di platonica memoria. Il 7 settembre di quest’anno è uscito, per Mescal, Nuove esperienze sul vuoto (recensito da questa parte su Indie-eye.it) secondo disco solista dopo alcune collaborazioni e produzioni importanti che hanno visto l’artista coivolto negli ultimi quattro anni con nomi che vanno dai giovani Ariadineve a Controluce ad Alessandro Raina, a un padre della musica d’autore come Ivano Fossati fino a quello dell’amico Luca Urbani, con il quale Lele ha condiviso dapprima gli esordi e di recente, nel 2009, il progetto Zerouno.2. In occasione dell’uscita di Nuove esperienze sul vuoto Lele ci accoglie a casa sua, in una delle zone centrali di Milano che ti fanno dimenticare di essere al centro, a pochissimi passi da via del Giambellino, per parlare un po’ del nuovo lavoro.

“Nuove esperienze sul vuoto” arriva a quattro anni di distanza da “Le Ombre”, anni in cui non sei stato artisticamente in silenzio, affiancando episodi molto diversi tra loro, dai lavori di produzione, alla collaborazione sempre fertile con Luca Urbani fino alla composizione della colonna sonora de Lo stallo, film di Silvia Ferreri che attendiamo al più presto nelle sale. Com’è stato il lavoro alla colonna sonora, come lo leghi, se lo leghi, alla composizione di questo tuo nuovo album?

La colonna sonora mi è stata commissionata nel 2008 da uno sceneggiatore che ha ascoltato i miei dischi e apprezza il mio lavoro e mi ha chiamato perchè voleva musiche che contrastassero il tono del film, una commedia dai risvolti amari. Io e Giorgio Mastrocola, mio compagno nei La Sintesi e amico col quale tuttora compongo scrivo e produco, abbiamo preparato quindici temi per il film, dai suoni molto vicini a ciò che naturalmente facciamo, con pianoforte e archi, temi dilatati, molto malinconici. La regista, una volta ascoltati i brani, si è trovata in disaccordo, sostenendo che visto che il film era comico, la musica avrebbe dovuto sposarne maggiormente il tono, di conseguenza quasi tutti i temi che io e Giorgio avevamo scritto in origine, sono stati scartati e abbiamo ricominciato praticamente da zero. É stato molto divertente ricominciare, mi sono messo ad ascoltare le colonne sonore di Nino Rota i cui brani contengono molti elementi di musica contemporanea, genere che amo ma col quale, da musicista pop, non mi ero mai cimentato. Ho usato strumenti veri e finti e mi sono per la prima volta trovato ad assegnare parti ai musicisti, cosa che di solito, appunto, nel pop e nel rock non si fa. Restavano però i temi originari, quelli scartati che però a noi piacevano. Abbiamo deciso di riprenderli, svilupparli e provare a farli diventare pezzi veri e propri, canzoni per un album che poi è diventato questo. Il legame quindi, avrai capito, è molto forte e il lavoro è stato moltissimo.

Ascoltando il disco si percepisce come una netta cesura tra una prima parte, quasi un lato A, che cerca il più possibile di essere pop e fruibile, immediato, d’istinto, penso a pezzi brillanti come “Blocco del traffico” e “L’arte di essere felici” o a una canzone d’amore classica, struggente e al tempo stesso precisamente sentimentale come “Il nido”, e un lato B che compie una scalata sempre più netta e ripida verso la ragione, l’uso ineludibile dell’intelletto da applicarsi anche alle amorose note del lato A, un lato B che non a caso sembra iniziare con un pezzo che si intitola “Nutrire la mente”. Ho sempre pensato, già ascoltando, all’epoca, i dischi con i La Sintesi, che le tue composizioni vivessero costantemente in questo limbo, su questo bordo e che questo fosse il loro valore aggiunto, penso a pezzi come “Ho mangiato la mia ragazza” o “Tutto strappato” dove c’è una razionalizzazione di sentimenti come la gelosia o l’innamoramento. Si tratta di un processo naturale o c’è una volontà precisa dietro questa “divisione” che ti accompagna da sempre?

Anzitutto mi sento di confermare ciò che mi hai appena detto e credo che in parte tutto questo sia per me naturalmente tale, che questa divisione sia insomma del tutto spontanea, caratteriale, anche se ultimamente mi sono trovato spesso a voler cambiare argomento, a scegliere di scrivere e di suonare poi, nella prospettiva del live che sarà, pezzi che non fossero solo d’amore per non rischiare, anche, la monotematicità, per cui sono d’accordo con questa cosa che dici sui lati A e B. Inoltre, per quanto riguarda la maggiore fruibilità di cui tu parli, relativamente ad alcuni pezzi, tengo a dirti che voglio sempre lavorare su questo, cercare cioè di rendere i brani avvolgenti, smussando alcune spigolosità anche della voce, affinchè chi ascolta possa percepire una linearità appunto fruibile dal mio lavoro. É uno sforzo per me questo perchè ho sempre pensato di non dover pensare che a me, quando componevo. Ora ci faccio maggiore attenzione. Spesso mi hanno accusato, diciamo così, di non appartenere né al cantautorato più classico né all’indie, come se questo fosse un limite mentre io più vado avanti più comprendo come questa sia la strada per me più giusta, la mia strada, ed è seguendo questo mio modo che vorrei ritagliarmi uno spazio nella musica italiana.

Attento”, il pezzo che chiude il disco e nel quale duetti con Mauro Ermanno Giovanardi, è un brano che hai dichiarato di scritto dopo essere stato a un concerto degli Einstürzende Neubauten, un gruppo che, sempre per legarci a quanto dicevamo su, riesce a fare musica emotivamente imponente attraverso l’uso di strumenti come lamiere e ferri che altro non sono che proprio i prodotti della ragione, del lavoro, dell’uomo che si impone sulla natura. (N.D.R: due dei membri storici degli Einstürzende Neubauten, separati quasi dalla nascita, sono stati video-intervistati in eslcusiva qui su Indie-eye; Blixa Bargeld e FM EINHEIT) Ci racconti di questo brano in cui parli anche della volontà di metterti in gioco componendo a partire dall’osservazione del mondo in prospettive nuove, sempre diverse?

Certo. L’ho scritta il giorno dopo il live, è nata liberissima questa canzone, quasi come un omaggio, ho avuto il desiderio di scrivere un pezzo a-la-einsturzende neubauten, folgorato dalla loro performance della sera prima. Il pezzo per quanto mi riguarda incarna proprio la libertà di poter cambiare e sperimentare, provare appunto prospettive nuove anche senza pensare al dopo, a cosa diventerà ciò che stai provando a fare. In pezzi come questo si vede il risultato di qualcosa che ho fatto senza pensare all’ascoltatore. Morgan una volta mi ha rimproverato per questo (ride).

Passare proprio da Morgan, in questo caso, è d’obbligo. Negli anni ’90 pensavo alla scena monzese, voi La Sintesi, i Soerba e naturalmente i Bluvertigo, proprio come a una scuola, qualcosa che ora in Italia non esiste più. Si poteva pensare a questi tre gruppi come a degli affluenti del più grande fiume che era naturalmente Franco Battiato, laddove tu, Luca Urbani dei Soerba e Morgan rappresentavate l’evoluzione della scrittura di questo cantautore. Sei d’accordo? Naturale poi domandarti cosa ti rimane dell’esperienza di lavoro con chi ho appena citato e in particolare degli insegnamenti di Morgan in studio quando registraste “L’eroe romantico” che lui volle produrvi. Collaboreresti ancora con lui in futuro, se sarà possibile?

Hai ragione, per quanto riguarda quello che dicevi sulla scena di Monza. Incontrare Luca e Marco mi ha cambiato la vita. Ancora oggi penso che Luca sia uno dei migliori autori di pezzi in circolazione, anche oggi dopo dieci anni da allora lo ritengo assolutamente avanti. Lui con Battiato condivide anche una naturalezza intellettuale alta che davvero è invidiabile. Trovo anche che Luca abbia influenzato molto Marco, non solo il contrario come si potrebbe pensare. Morgan per noi La Sintesi è stato padre artisticamente, ci ha anche quasi fisicamente impedito di firmare contratti con persone sbagliate, voleva ci fidassimo di lui incondizionatamente e poi ha mantenuto la parola portandoci alla Mescal e ci ha seguito tantissimo, ci ha insegnato tantissimo nel correggere i suoni e mi ha portato a non forzare l’interpretazione quando canto. Attualmente i contatti purtroppo per varie ragioni si sono un po’ persi ma sicuramente farei ancora qualcosa con lui, amo il suo percorso solista, sono un sostenitore del suo modo anche eccessivo di lavorare, estremo come sentiamo nell’arrangiamento di La sera. É una figura importante Morgan in questo piattume generale.

Ragionando in termini “filosofici”, potremmo dire che se “Le ombre” era un disco che nasceva da un procedimento deduttivo partendo cioè dall’idea generale delle ombre per svilupparla in modi diversi nei vari pezzi, qua sembra che tu abbia applicato il procedimento induttivo, stabilendo l’idea generale del vuoto a partire da tutti le singole possibilità di vuoto che sviluppi nei brani. É così? Avevi invece già l’idea di questo titolo? Cosa sono queste esperienze sul vuoto? Esperienze del quotidiano?

Diciamo che se materia sono tutte quelle cose della vita quotidiana che devi fare, le incombenze, il vuoto è anche un’aspirazione, qualcosa verso il quale tendere, lo spazio libero dello sperimentare. Da qua nasce il titolo, dall’idea che questi siano pezzi dove ho potuto fare questo. Per quanto riguarda le esperienze sul vuoto ci sono anche due fatti legati a questa mia casa che mi hanno poi fatto scegliere necessariamente, diciamo, questo titolo. Io soffro di vertigini, non prendo nemmeno l’aereo, vivo molto in alto qua, al quinto piano e questa cosa mi spaventa moltissimo e questo è un fatto, inoltre è successa una cosa traumatica un giorno, il mio gattino è caduto dal balcone camminando sulla ringhiera. Quella sera sono tornato a casa felice dopo aver scritto “Il mio punto debole”, l’ultimo brano che ho composto per questo disco, ed è successa questa cosa per cui poi ho deciso di il titolo che poi è anche il titolo di un libro di geometria di Pascal di cui avevo appena letto un libro di aforismi.

A proposito di lettura: trovo il testo di “Nutrire la mente” sia profondamente pasoliniano, affermi “provocare la tempesta/che sconvolga la pace/vuol dire vivere una vita violenta”, c’è una dichiarazione di poetica direi, una dichiarazione d’azione artistica, esplicitata nel testo quando dici “riempire la tela/del mio vuoto”, è come se affermassi ripetutamente, in questo brano, l’importanza dell’arte come azione che se non può riempire il vuoto lo racconta, lo sottolinea, spiegandolo, mostrandolo, in qualcosa che può essere sì tela ma anche canzone, nel tuo caso o letteratura, nel caso appunto di Pier Paolo Pasolini, scegliere insomma di dire, di esprimere per non accettare questo vuoto. Inoltre, l’ho notato dopo, dici proprio “una vita violenta”, titolo di un suo romanzo del 1959. É una citazione voluta? È un caso?

Non ho letto il romanzo ma ora lo leggerò sicuramente, non è una citazione voluta anche se il concetto che mi hai espresso è del tutto calzante con ciò che dico nel pezzo. Io ho capito che mettersi in gioco è necessario, essenziale, importantissimo ma certamente ho anche capito che devo fare attenzione perchè mettendosi profondamente in gioco si vive davvero violentemente, si rischia moltissimo e penso che si debba anche un po’ cercare, se non di preservarsi, di limitare il danno. L’idea del pittore e della tela è nata dal quadro che abbiamo qua alle nostre spalle, una serigrafia di Mario Schifano, uno che si è devastato nella vita, ho visto un documentario dove viene mostrato come dipingeva, con estrema violenza, esprimendo tutta la sua sofferenza.

Cosa succede ora, come vivi la fine del lavoro su un disco, specie dopo averci lavorato per così tanto tempo come in questo caso?

É una fase bellissima, liberatoria, dove puoi far tutto, immaginarti punk al prossimo disco e sperimentare tutto. Anche questo l’ho acquisito un po’ da Marco (Morgan n.d.a.), lui vive nel caos, si nutre di cultura, ed è un po’ quello che mi piace fare dopo aver finito con il lavoro su un disco. E poi c’è il live.

E sarà questo live? Puoi già anticiparci qualcosa?

Sì. All’inizio usciremo in due, io e Giorgio (Mastrocola n.d.a.) facendo riadattementi minimali per chitarra, piano e voce, anche perchè molti brani sono nati proprio così. Ci faremo aiutare da alcune basi elettroniche che stiamo rifacendo soprattutto per le parti di basso e batteria. Speriamo, in un secondo momento, di fare qualcosa in gruppo ma abbiamo capito che anche in due, sul palco, lavoriamo in modo del tutto soddisfacente.