Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Aprile 3rd, 2011
Mariposa – Semmai Semiplay (La Famosa Etichetta TROVAROBATO, 2011)

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Eccoli, son tornati! I Mariposa son tornati!
Nessuna vacanza per le architetture beat e blindata la cassa dritta (che, si dice, faccia muovere a tempo i piedini) il settetto culto, con base a Bologna, non se la sente di stare in panchina per far spazio ai progetti paralleli dei suoi titolari e così, tra una sfibrante nerbata vintage dei Calibro, una qualunque ossessione cantautorale del Fiori od una a caso delle apologie dissidenti della Famosa Etichetta Trovarobato (bolognese azienda di famiglia), primus inter pares, germoglia nuovamente, a distanza di quasi due anni, l’amore per l’improbabile, per quella goliardia eccitante e maliarda iniziata più di un decennio fa tra le ante della musica componibile e (grazie al cielo), non ancora conclusasi. Nessun amarcord, in verità. Chi ha amato Portobello Illusioni e Suzuki Bazuki, approccerà a questo Semmai Semiplay in maniera forse refrattaria ma si farà presto vincere, ne sono sicuro tanto quanto l’invincibiltà del mio golfino. Cambiano presupposti, sono d’accordo, ma sarebbe come dire che Alonso andrebbe a sbattere se fosse alla guida della mia utilitaria.
Seguendo, dunque, la traiettoria quasi programmatica del precedente omonimo, i Mariposa bissano quelle stesse arguzie pop con parecchio stile ed impareggiabile mestiere. Impossibile essere più espliciti, impossibile! Non che avessi dubbi. Tommaso (Colliva, ndr) ne aveva certo ancora meno, mentre armeggiava, in quel dicembre polare, dietro le macchine “a far suoni”, ma si era in religioso silenzio cercando di immaginare. Immaginare, appunto. Ed il Fiori a dir menate che poco c’entravano davvero con la poesia del suo Attento a Me Stesso e con gli stessi rigoletti qui ora definitivi che ti si appiccicano addosso come la puzza del pesce ai pescatori. Eppure adesso, me le ritrovo lì, così belle che sia iddio a giudicarle! Così efficaci che inneggio ai Mariposa come potrei fare al mio candidato della speranza. Direi anche a guisa di quella digressione in cui si discute, tra amici, di quanto si sia fatta donna la bimba del Gianni. Perché non v’era nulla che, nello sbozzo fancazzista di quei roughs, potesse farmi presagire un capolavoro di tale portata. Neanche l’ovvia (e sempre di buon auspicio) esaltazione che t’avviluppa durante l’iniziale metabolizzazione dei brani prima ancora che questi siano capaci di eiaculare! Si annusino i panegirici mordaci di Black Baby Allucination, con qualcosa che tira per i capelli le orchestrazioni di uno qualunque dei corti Marvel (Batman, per esempio) mentre Beck ne tagliuzza i fotogrammi. O le amenità wave di Paesaggio Indoor, perché “come ricorda Carver” la strada verso i picchi Talking Heads è irta e Tortoisa ma se sei un Mariposa lo è meno.
Pterodattili è abitata da mostri informi, Semmai Semiplay…”ma si che ti-play” potremmo aggiungere, come credo farebbe chiunque volesse adorare i nonsocchì che interpretano i nonsoccosa e ti aspetti sempre che i puffi vengano tutti fuori dai loro funghi a fare a pugni ed a tingersi di rosso.
Qui tutto ha quel buon sapore sessanta/settanta ed ottanta. Acre, pungente ma parecchio procace. Tra Dalla/Roversi e Paoli e le marcette indie pop e folk con coretti dreamy, mentre il “playmobil marinaio paffuto con il corpetto blu flirta con la signorina di colore vestita fucsia”…e divertente credo pure ne verrebbe fuori l’ardire. Non basta. Visto che ci sarebbe ancora spazio per talune albe rischiarate da Eno (Come un cane), barocche filastrocche branduardiane (Ma solo un lago) o epic saga squisitamente eighties (Tre mosse) che ci andrebbe comunque di gorgheggiare anche se non avessimo “un cazzo di voglia di cantare”. Nessun giro a vuoto, nessun riempitivo, nulla che non va. Perfetto. Chè se un genere vi si potesse comprendere, sarebbe il genere Mariposa. Che i palchi accolgano dunque questa instancabile band, si può anche ballare. Ne ha davvero bisogno la musica tutta. Le mie orecchie. Le vostre.

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