Matteo Costa – Sono solo matti miei (Garrincha Dischi, 2012)

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Matteo Costa ci ha provato: l’esordio solista con tutti gli sfoghi nel cassetto è stato ricostruito in musica, nella forma di Sono solo matti miei. E, sebbene le intenzioni siano chiarissime nella voglia di smarcarsi dal gruppo di provenienze, LE-LI, e nella necessità di fare tutto da solo, l’insuccesso si mostra subito. Non proprio subito, a dir la verità: Hyde Park potrebbe essere una svolta nel cantautorato di allusioni e metafore, quando invece il sentimento e la situazione del momento viene esposta lineare e chiara. Con il tempo, il disco mostra difetti non da poco. Niente viene osato, tutto è moderato. La sezione dei fiati non accentua le parti più drammatiche o cariche di pathos, ma fa scivolare il tutto, più di quanto ogni canzone possa fare. Parrebbe di trovare i primi 30 secondi dei Gomez  in ogni canzone, che si scaldano e si riscaldano ma qui non partono mai. La sintesi del pop cantautorale arriva anche dove deve arrivare: è che il tutto diventa troppo dolce, a metà tra lo stucchevole, sopratutto quando si unisce pure la passione e l’amore romantico; e l’insipido, quando si prosegue nel disco e ogni traccia si ispira all’altra e precede le successive senza innovazioni di sorta. Ci sono episodi che non sanno solo di miele: Come Frizzy Pazzy ha ispirazioni poetiche che vanno oltre l’amore incondizionato Jova-style, Senza vocali, che rincorre gli stilemi bersaniani del pescatore di asterischi.

Per capire cosa non va, prendo in prestito un verso, tra le lunghe righe dei testi, estrapolato dal contesto (non me ne voglia Costa stesso per il consiglio e per il testo): voglia di sputtanarmi e di raddoppiare il tempo. Quello che vorremmo anche noi. Dovrebbe osare di più, il Costa Romagnoli, sputtanarsi non come mettere in piazza problemi, gioie e sofferenze anche se il suo ruolo di fondatore della Garrincha potrebbe mettere i bastoni tra le ruote, ma tirar fuori un disco che da lui non ci aspetteremmo mai, e dato che ha le conoscenze per far suonare pop perfino gli utensili degli Einstürzende Neubaten (n.d.r., Blixa Bargeld, ospite di Indie-eye con le video interviste per il suo Rede Speech e nel progetto collettivo, Ingiuria) perchè non provarci. E dovrebbe se non raddoppiare il tempo quantomeno alzare il tiro, che i mid-tempo sono pure troppi e fanno male alla digestione del disco. Specie se aspira a vertici pop intimisti non necessari. Meglio forse ritornare ai gruppi ispiratori elencati direttamente nei ringraziamenti: Jocelyn Pulsar, LE-LI, L’orso.

Elia Billero
Elia Billero
Elia Billero vive vicino Pisa, è laureato in Scienze Politiche (indirizzo Comunicazione Media e Giornalismo), scrive di dischi e concerti per Indie-eye e gestisce altri siti.

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