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Febbraio 18th, 2011
Ofeliadorme – All harm ends here (Autoprodotto, 2011)

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Ramificato attraverso l’onestà intellettuale di una scrittura ponderata che, non sempre a dire il vero ed al contrario di qui, è manleva del savoir faire musicale, All harm ends here dei bolognesi Ofeliadorme tratteggia, con assoluta franchezza, i contorni di un percorso maturo e consapevole altrettanto onesto sul fronte delle novità ma che stupisce per intensità, godibilità e buona fattura.
Che Modica e la Bono sapessero il conto loro, del resto, lo si era già compiutamente appreso nel 2009, allorquando l’ottimo ep Sometimes it’s better to wait ne aveva costituito il prologo, ma, alle trame più grezze ed immediate di quel sei tracce, in questa release la band avvicenda un alternarsi di affreschi rockeggianti capaci di dosare ora quiete, ancora tempesta, gioia e dolore, ansia e leggerezza, in maniera sicuramente più dotta e multiforme. E se è solo un mero caso l’omonimia di questo titolo con quello degli americani Early Day Miners (mestatori del sottobosco post-shoegazing) non lo è di certo la matrice scura ed a tratti bristoliana, da cui tutto prende forma. Qualcosa che un vibrafono giocattoloso ed una chitarra epica sanno trasformare in sadcore virulento e claustrofobico (Paranoid park, River, Eve), come se Mercury Rev e Slowdive si fossero dati appuntamento in un bosco incantato. Od ancora nel rock umbratile e nostalgico di Ian, che massaggia le mie poco saggie tempie mentre dedico loro le sensazioni incerte dei trascorsi ’90, quando a suonarne la carica c’erano L7 e Lovedolls, e quel basso un po’ così, quella voce un po’ così, quelle chitarre un po’ così. Neanche il tempo di mischiare le carte che subito un’altra mano ci regala The King is dead, guitar ballad sofferta su un tema percussivo tribale. Un mantra per evocare gli spiriti, che sia Jacko o Captain Beefheart, poco importa, chè ciò che conta è invece la successiva I like my drums, picco di umbratile folk pop a matrice nordeuropea, da solo capace di rendere l’idea della pienezza della Bono oltre ad esporla ad inevitabili quanto lusinghieri accostamenti (Miss Kenichi e Club 8 in testa). In The wizard, the witch and the crow e Burning, è lo stesso intelligente canovaccio che anela positivamente à le belle cose di Emily Jane White, Jane Lui, Brisa Rochè lasciando comunque spazio alla drum marziale di Naked Evil, riarso contraltare che caldeggia archi voluttuosi in un crescendo d’intensità dreamy. Ed ancora al sogno m’è lecito affidare il resto mentre un soffice guanciale cullerà anche le mie paure, sperando di non far troppo rumore per svegliarla.

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