sabato, Dicembre 3, 2022

Roipnol Witch – Once Upon a Time: Mascara e post-ideologie

Quando Corin Tucker era molto più giovane e non aveva ancora dato vita alle Sleater Kinney esordiva nel 1993 con un piccolo gioiello dalla definizione bassissima a nome Heavens to Betsy e intitolato Calculated, full lenght pubblicato a due anni di distanza dalla formazione della band e con una serie di idee ancora acerbe rispetto a quello che la Tucker avrebbe sviluppato negli anni successivi. Calculated era un album embrionale quindi ma con una solidità politica da far tremare i polsi, tanto da includere tra i brani della raccolta una traccia come White Girl, manifesto coltissimo e già critico nei confronti del movimento riot.

Più interessata ai testi di Toni Morrison e a quelli di Bell Hooks che all’immagine posturale di Courtney Love o alla demenza anarcoide di Kathleen Hanna, la Tucker raccontava la sua versione personale del razzismo urlando white girl / i want to change the world / but i won’t change anything / unless i change my racist self / It’s a privilege / it’s a background / It’s everything that i own / it’s thinking / i’m the hero of this pretty white song / it’s thinking i’m the hero of this pretty white world.

Una posizione chiarissima, in termini politici e anche estetici, in grado di illuminare di una luce completamente nuova la storia di un movimento che nella sua forma più evidente sarà (giustamente) ridimensionato dagli studi di Kristen Schilt, ricercatrice di gender e sexuality per l’università di Chicago, molto attenta a tutto lo sviluppo del movimento riot e al suo lento sprofondare nella bara di una confezione superlusso.

La Tucker, che nelle note di copertina di Calculated cita tra le fonti di ispirazione un testo come This Bridge Called My Back: Writings By Radical Women of Color di Cherrie Moraga e Gloria Anzaldua, questo l’aveva capito molto bene in giovanissima età tanto da tenersi a distanza sin da subito con produzioni sghembissime e poco concilianti, da una deriva che avrebbe potuto solamente vanificare anni di studio sul linguaggio e sul genere, ovvero parte di quell’ottica veramente rivoluzionaria che stava cambiando il volto di una certa scena punk e che avrebbe potuto avere molta più influenza se solo le Hole avessero venduto di meno e i God is My Co-pilot fossero rimasti in vita più a lungo.

La confezione lussuosa e glam, ovvero il vestito senza le idee e soprattutto, senza il linguaggio, in un paese provinciale come l’Italia che non vanta nessun tipo di primato sugli studi intersessuali e che probabilmente può contare sul numero più fecondo di cover band in attività, è in fondo la versione che ha maggiormente attecchito di tutte le intuizioni legate a quella stagione musicale. Se non si può pretendere certamente lo spessore di una Tucker o la militanza attiva di Donna Dresch, cresciute in un contesto culturale molto diverso da quello delle nostre città universitarie, si è ovviamente vanificata anche quella genuinità cazzona e urgente che animava band come le Bikini Kill, le primissime L7, la meteora Excuse 17, The Peechees con la loro attitudine porno trash, tanto che se si volesse davvero citare qualcuno che nel nostro paese di tutto questo ha assorbito il meglio tenendosi a distanza da qualsiasi ism saremmo costretti ad arrenderci.

A distanza di più di vent’anni, in Italia, le emiliane Roipnol Witch sentono l’esigenza di fare da collante ad una supposta scena di band al femminile, fondano una mailing list chiamata rrragazze, incidono un primo full lenght nel 2003, e due anni dopo danno vita insieme alle Kyuuri al progetto Rock With Mascara (il cui nome potrebbe essere materia per gli studi di Kristen Schilt a cui si accennava sopra), festival che ha chiamato a raccolta una serie di “white girls” che rispondono al nome di Kill The Nice Guy, Doppie Punte, Steri Strip, Eggs Salamaini, Anphetamina C.

E’ una fortuna (per chi scrive ovviamente) che le nostre musiciste pop, “mainstream” e tradizionalmente consapevoli (Nada, Mannoia, Baraldi) si siano tenute alla larga dall’onda corta di contenitori cosi stretti e cosi cattolicamente genderizzati, non tanto per questioni di specificità, ma al contrario per una mancanza preoccupante della stessa, per un richiamo al “femminile” cosi vago ed evanescente da chiamare in causa appunto, il Mascara.

La comunicazione che ha accompagnato l’uscita di Once Upon a Time conferma questa sensazione; è raro che questa diventi oggetto o materia critica, ed è un peccato, perchè le tracce di un modo di diffondere cultura o intrattenimento spesso rivelano molte più cose dei prodotti stessi, tanto che il comunicato che accompagna il nuovo lavoro delle Roipnol Witch si chiama Manifesto di Presentazione, ovvero un titolo che allude in modo neanche troppo nascosto a forme di comunicazione politica rivoluzionaria e che ha un incipit di questo tipo: “Il rock suonato sui tacchi a spillo ha un altro gusto. Ha il sapore forte ma dolce della conquista, che per le Roipnol Witch, musiciste charmant come poche, e come poche consapevoli di esserlo, vuol dire ammaliare il pubblico“.

Il testo è un estratto dal comunicato diffuso a mezzo stampa per la band e scritto interamente da Carlotta Sisti, giornalista di Vogue e di Gioia e ha a mio avviso una sua identità post-ideologica ben definita.

In un contesto politicamente cosi chiaro, nessuno ha interesse ad infierire sul lavoro delle Roipnol Witch, ci si chiede solamente a chi serva e se sia ancora credibile una forma di comunicazione che accompagna un progetto del genere con un’approssimazione che mette insieme parole come indie, mascara, tacchi a spillo, femminismo come fossero gli ingredienti di un milk shake già pronto per la digestione da talent show ovvero con un interesse palese sbilanciato a favore di un prodotto che per piacere a tutti, rischia di non incontrare nessuno, in un contesto in cui il mercato è tenuto in piedi con gli stessi metodi con cui si conserva il potere.

Once Upon a Time in questo senso è perfetto, è un album di rock fm cosi anonimo e fuori tempo massimo come non se ne sentivano da anni, al di là delle intenzioni della band di emanciparsi da un suono che durante gli esordi dichiaravano più vicino a modelli che non ci interessa ne scomodare ne citare, in realtà non si sposta di un millimetro da quei confini; è schiavo di un’immagine oleografica e surreale degli anni ’90 sradicata non solo da un contesto culturale, ma anche da una qualsiasi idea realistica del mercato.

Del resto, sono in gioco i due pesi e le due misure della critica quando con benevolenza affronta qualsiasi prodotto “mimetico” prodotto in Italia e per salvarsi in corner parla di “esportabilità” o di identità femminili “orgogliosamente” dopate.
Il sottomondo della comunicazione indipendente si sovrappone al sovramondo di quella mainstream. Con una sola differenza; il secondo si tiene stretta la fetta di potere conquistata, fino al prossimo giro. 

Roipnol Witch su myspace

Michele Faggi
Michele Faggi
Michele Faggi è un videomaker, un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana e un Critico Cinematografico iscritto a SNCCI. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip e del mondo Podcast, che ha affrontato in varie forme e format. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.

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