venerdì, Ottobre 7, 2022

Rue Royale: DIY per noi significa velocità

Il Do It Yourself è stato da sempre una caratteristica della vostra idea di musica e di produzione. Avete sempre lavorato ai vostri album quasi da soli e fatto tour che vi hanno portato a suonare ovunque e in qualsiasi tipo di situazione. Avete mai pensato di tentare un approccio più “usuale” alla musica?
B: è il momento giusto per questa domanda.
R: infatti abbiamo appena registrato un disco e abbiamo deciso di farlo in uno studio con un co-produttore, un amico, e un ingegnere del suono, quindi in modo “usuale”. È stato molto bello farlo, anche rinfrescante. Avevamo ancora il controllo di quello che facevamo, ma questa volta con un aiuto esterno. Inoltre abbiamo chiesto aiuto anche a chi ci ascolta, tramite il crowdfunding su Kickstarter.
B: non abbiamo mai detto “noi vogliamo essere DIY” per motivi idealistici o politici, non siamo una band di quel tipo. Quello che ci spingeva ad essere DIY era la nostra voglia di andare veloci, di muoversi più velocemente di chiunque altro. Volevamo continuare a fare dischi e andare in tour, dimostrare che eravamo una band, che potevamo farcela. Abbiamo dovuto farlo da soli, perché all’inizio nessuno ci avrebbe dato la possibilità di farlo, o almeno di farlo come avevamo in mente. Ora abbiamo chi ci aiuta a produrre i dischi e a distribuirli, delle agenzie di booking e una serie di amici che abbiamo incontrato durante questi anni e che ci danno sempre una mano quando siamo in tour o anche nella produzione dell’ultimo disco
R: quello che è rimasto DIY e credo sempre lo rimarrà è la nostra voglia di essere sempre in pieno controllo di ciò che facciamo, di conoscere davvero la gente con cui lavoriamo e per cui suoniamo, di vederla faccia a faccia. A volte è difficile, la stanchezza ha il sopravvento, magari qualcosa cambierà, ma la nostra idea di fondo resterà questa.

Agli inizi, come avete iniziato a creare questo network di conoscenze ed amicizie? Su internet o on the road?
R: all’inizio ad occuparsi di creare i contatti è stato Brookln, che lasciò il suo lavoro a Chicago e si mise al lavoro su Myspace, contattando più gente possibile per proporre la nostra musica. Poi quando abbiamo iniziato a girare molto in tour le cose sono cambiate, i contatti con la gente hanno iniziato a nascere “dal vero”, con incontri faccia a faccia.
B: i messaggi che mandavo erano personali, non una mail di spam uguale per tutti, cercavo di incuriosire le persone a cui scrivevo ed evitare che cancellassero subito quello che gli avevo inviato. Già quando eravamo a Chicago, prima di trasferirci in Inghilterra, grazie a questa serie di messaggi avevamo una buona rete di contatti e di fan in tutta Europa, che poi abbiamo sfruttato per organizzare i primi tour e diffondere le nostre prime uscite.

Come nascono le vostre canzoni? Avete dei ruoli definiti per il songwriting e gli arrangiamenti o questi sono intercambiabili?
R: di solito è Brookln a iniziare il processo, arriva con qualche idea sulle melodie e iniziamo a parlarci e a confrontarci, cercando di sviluppare queste idee, trovando le parole giuste da cantarci sopra e il modo in cui costruirci un’intera canzone, una sorta di lavoro di concertazione musicale. Per il nuovo disco abbiamo tentato di lavorare in modo un po’ diverso, ho cercato di pensare di più da sola, sono stata via per un po’ di tempo per elaborare idee e testi per conto mio.
B: tradizionalmente ho sempre fatto io la maggior parte della scrittura, è stato così per anni. Ora è come se qualcosa fosse nato in Ruth, nell’ultimo disco è stata molto più protagonista. Anche questo è stato un grande cambiamento del nuovo album, ora possiamo veramente dire che lavoriamo assieme, con le stesse responsabilità.

Fabio Pozzi
Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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