sabato, Dicembre 3, 2022

Silver Jews – Early Times (Drag City, 2012)

Early Times, ovvero i primi anni dei Silver Jews, la creatura di David Berman, gli anni in cui in formazione erano presenti anche Stephen Malkmus e Bob Nastanovich, che in contemporanea stavano spiccando il volo con i loro Pavement grazie a Slant And Enchanted prima dell’esplosione definitiva con Crooked Rain Crooked Rain. Da questo fatto nacque una visione parziale ed errata dei Silver Jews, spesso considerati come un side-project minore dei Pavement.
La realtà è però ben diversa: il carico del songwriting e delle idee alla base della musica dei Silver Jews era infatti totalmente sulle spalle di Berman, con i due “marciapiedi” a supportarlo in nome dell’amicizia e della condivisione di alcune idee artistiche, prima fra tutte quelle dell’approccio lo-fi alla registrazione.
Cosa c’era di diverso nella musica di Berman? Un approccio meno pop, meno legato alla ricerca melodica rispetto a quello dei Pavement, ma più rock, se così vogliamo definirlo, discendente dal blues e dal country-folk, con la chitarra a disegnare scampoli di canzone in bassissima definizione. Tutti i brani contenuti in questo Early Times, originariamente presenti in due EP, Dime Map Of The Reef e The Arizona Record, furono infatti registrati con mezzi poverissimi, spesso tramite un walkman in salotto.
Soprattutto i primi cinque brani, quelli di Dime Map, rivelano una grezzezza pura e scevra di quasi ogni sovrastruttura musicale, con spigoli che emergono a volte improvvisi, come accade per esempio nel brano migliore del lotto, e a suo modo il più complesso, cioè SVM F.T. Troops.
I brani di The Arizona Record sono invece più legati a una qualche idea di ordine e di forma canzone, guardando a canoni rock senza perdere la carica rozza e a bassa fedeltà, oltre il garage, come ad esempio nella chiassosa I Love The Rights, nella più compatta West S o nella caracollante e vagamente velvetiana Wild Palms. Ed emergono anche momenti più pop, come a dire che i Pavement non erano totalmente lontani, come in Jackson Nightz o in Welcome To The House Of The Bats, tra coretti da spiaggia e richiami al Dunedin Sound che stava facendo proseliti in quegli anni.
Poi, col tempo, i Silver Jews sarebbero diventati altro, dedicandosi a musica più ragionata ma forse meno sentita. Ma questa è un’altra storia, che ai giorni in cui ci riporta Early Times non si poteva nemmeno intuire.

Fabio Pozzi
Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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