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The Rapture sono tornati alla DFA con il loro nuovo In The Grace Of Your Love, un album che partendo da house e pop arriva al soul e al gospel per cercare qualcosa di superiore; ne abbiamo parlato con la band in occasione della loro data milanese 

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I Rapture sono tornati alla DFA per il loro nuovo album, In The Grace Of Your Love, a distanza di ben 5 anni dalla loro prova per Universal, Pieces Of The People We Love. Il disco è già stato analizzato su Indie-Eye (da questa parte), ma chi scrive non è molto d’accordo con quanto scritto dal collega D’Elia principalmente per due motivi: il primo è che How Deep Is Your Love? non è semplicemente un pezzo che tiene bene, ma una specie di miracolo a cavallo tra house e rock, capace di unire sensualità house a un afflato quasi gospel verso l’assoluto, un vero e proprio capolavoro; il secondo riguarda invece l’analisi generale dell’album: perché una band dovrebbe cercare di diventare più commerciale proprio quando lascia una major? Sì, i Rapture giocano col pop in questo disco, ma non mi pare proprio che lo facciano con quell’intento e nemmeno con i risultati catastrofici elencati.
Luke Jenner e Vito Roccoforte in persona ci raccontano proprio del ritorno alla DFA, dell’esperienza con SUB POP e della produzione del nuovo album; li abbiamo intervistati in occasione prima della data milanese dello scorso 7 novembre tenutasi  al Tunnel; un gran bel concerto, chiuso proprio da How Deep Is Your Love? e con con  Luke in forma vocale straordinaria,

Per questo nuovo disco siete tornati alla DFA. Come mai? Cos’è successo con la Universal?
L:Sarebbe più corretto chiedere “cosa non è successo?”. Lavorare con l’Universal da una parte era stimolante, perché hanno investito molti soldi su di noi, ma al tempo stesso non ci degnavano di molta attenzione, della giusta attenzione, ci sentivamo isolati. Così abbiamo deciso di rinunciare a un po’ di quei soldi e di tornare alla DFA, dove gli investimenti sono minori ma dove abbiamo trovato un maggior senso di comunità.
V: quando iniziammo la prima volta con la DFA non ci rendemmo conto di far parte di una comunità, di un gruppo con forti legami e con un modo di intendere la musica simile. Dopo aver sperimentato la Universal ci siamo accorti che era così ed è stato naturale tornare all’interno di questo gruppo.

In passato avete lavorato anche con la Sub Pop, per il vostro EP Out Of The Races And Onto The Tracks. Quali sono le similitudini e le differenze tra loro e la DFA, entrambi pesi massimi tra le etichette indipendenti?
L: Ci sono molte similitudini tra le due; credo che quando James abbia iniziato con la DFA uno dei modelli sia stata proprio la Sub Pop. Sia la Sub Pop che la DFA hanno un approccio che punta a mettere al centro dell’attenzione l’artista e la qualità della sua proposta. In questo modo sono riuscite a diventare dei veri “marchi di qualità”, sia per chi ascolta sia per chi lavora con loro, e noi stessi possiamo confermarlo.
V: Possiamo anche dire che la DFA ha puntato più su un suono riconoscibile, quindi è un marchio ancor più specifico rispetto alla Sub Pop. Forse per questo c’è il senso comunitario tra gli artisti di cui parlavamo prima e che credo alla Sub Pop sia meno forte, anche se noi siamo stati per breve tempo con quella label.

Siete stati tra i prime-mover dell’ondata di revival del post-punk, con i vostri primi EP e con il primo disco. Che pensate delle band che vi hanno seguito, dai Franz Ferdinand in poi?
L: Penso che molte di queste band abbiano poi fatto molti più soldi di noi… Possiamo dire che quando si è primi a fare qualcosa bisogna avere la forza di abbattere le porte, dopodiché per gli altri è più facile correre dentro e guadagnare spazio. Penso sia una bella cosa essere i primi, ma diventa un po’ triste e preoccupante quando poi vedi un sacco di gente farsi largo seguendo le tue orme e magari guadagnando più credito e fama. Però possiamo dire di essere comunque soddisfatti, siamo una band da quasi 15 anni ormai, siamo appena usciti con un disco e c’è ancora gente in tutto il mondo che pone la sua attenzione su di noi, che ci segue e viene ai nostri concerti, cosa che magari per altri non avviene più. Quindi penso che sul lungo periodo rimanga un merito quello di essere tra i primi a proporre qualcosa, mentre sul breve può essere invece un problema.

Il produttore di questo album è stato Philippe Zdar. Perché l’avete scelto?
V:È stato il destino: noi abbiamo scelto lui, lui ha scelto noi, l’universo ha scelto per noi. Abbiamo fatto un demo e abbiamo iniziato a farlo girare tra i produttori che potevano essere interessati e che ci potevano interessare; lui stava lavorando molto in quel periodo, quindi sembrava difficile che potesse accettare; invece la nostra proposta gli è piaciuta molto ed ha accettato di lavorare con noi. Quindi è successo quello che doveva succedere, semplicemente, ed è stata la cosa migliore per l’album che avevamo in mente di fare. (continua alla pagina successiva…)

 

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Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.