giovedì, Ottobre 29, 2020

The Rapture, la foto-intervista 7-11-2011 @ Indie-Eye

Quali sono le differenze tra il modo in cui lavora e quello degli altri produttori che avete avuto in passato?
V: In generale ci è molto piaciuto lavorare con lui; la cosa che lo contraddistingue in studio è la capacità di far concentrare noi artisti su ciò che dobbiamo fare. Noi siamo abbastanza portati a distrarci e a vagare con la mente, Philippe invece è stato in grado di farci restare sempre su ciò che doveva interessarci in quel momento. Inoltre ci piace molto il tocco che ha dato ai bassi. È stata una grande esperienza lavorare con lui.

Parliamo di How Deep Is Your Love? ora. È un esempio perfetto di commistione tra house e rock. Penso che in questo disco c’è più spazio che nei vostri precedenti per influenze house; da dove arriva questa scelta?
V: Penso dipenda da ciò che ascoltavamo mentre scrivevamo e registravamo le canzoni; in quel periodo eravamo tutti molto coinvolti da artisti e brani house, quindi ci è venuto naturale riversare nel disco questi ascolti. Inoltre Luke ha un tipo di vocalità che si adatta bene a canzoni del genere, quindi è stato anche un modo di valorizzare la sua voce.
L: per quanto mi riguarda, posso dire che la house mi è sempre piaciuta, ma che è stata abbastanza lontana da come abbiamo suonato. In questi anni abbiamo fatto delle serate come DJ, anche se non sono un amante dei club e spesso preferirei stare a casa. Comunque, facendo il DJ ho capito che volevo suonare qualcosa di diverso da ciò che suonavo solitamente, mi sono innamorato della vocal house, forse perché sono un cantante e ciò che mette in risalto la voce mi conquista facilmente; quando ho iniziato a scrivere How Deep Is Your Love? pensavo di fare una traccia come quelle che mettevo nei miei DJ-set, l’ho scritta con la mentalità del DJ, un po’ come quando facemmo House Of Jealous Lovers. Certo, non siamo semplicemente una dance band, però in questo caso ho cercato di fare un brano che potessi inserire facilmente in uno dei miei set.

Miss You invece è più legata al soul nei ritmi e nel cantato. Vi sentite dei soul man suonandola?
L: penso sia una grande cosa quando le band non hanno paura di avere tra le proprie influenze la black music, anche se sono ragazzi bianchi come noi, che possono essere criticati per questo. Noi abbiamo sempre e soltanto pensato a suonare ciò che ci sentivamo e che ci faceva sentire bene. Amo il soul tanto quanto amo il rock, quindi per me è assolutamente naturale inserire influenze black in ciò che faccio, come facevano gli artisti del blue-eyed soul ad esempio.

Children invece suona più “moderna”, con influenze legate a band come i Mgmt o anche all’hypnagogic pop. Cosa pensate di queste nuove correnti musicali?
L: credo che i Mgmt abbiano in parte preso e rielaborato ciò che abbiamo fatto noi, sono nostri amici e amo molto il loro primo disco. Una delle cose interessanti nel fare musica per tanti anni è che tu puoi essere un’influenza per qualcuno e esserne poi influenzato, in una sorta di scambio reciproco. È una cosa di cui mi sto rendendo conto proprio in questo periodo.

Come sarà il concerto di stasera? Quanto spazio ci sarà per i vecchi brani?
V: ci sarà spazio per le canzoni di tutti e tre i dischi da Echoes in poi, con qualcosa in più per l’ultimo, naturalmente.
L: come ascoltatore, non sempre riesco a scoprire e ad ascoltare i nuovi dischi delle band appena escono, quindi se vado ad un loro concerto e suonano solo pezzi nuovi non sono particolarmente felice, anche se sono abituato ormai a vedere gruppi che non suonano i pezzi che vorrei sentire. Per me quindi è giusto suonare qualcosa da ogni disco, per rispetto verso i fan; credo che non sarebbe una grande idea suonare per intero il disco nuovo ed evitare i brani più famosi precedenti. Alla fine della serata voglio essere contento di ciò che ho fatto, e questo passa anche dal legame che si è creato con il pubblico durante il concerto. Per questo tengo sempre presente che non si deve suonare solo per sé stessi, ma anche per chi è sotto il palco. Loro hanno pagato per essere lì, quindi non è nemmeno una grande idea dal punto di vista del business ignorarli. (continua alla pagina successiva…)

Fabio Pozzi
Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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