giovedì, Dicembre 2, 2021

Thee oh Sees – The master’s bedroom is worth spending a night in

theeohsees.jpgLa storia di John Dwyer per certi versi delinea il sound di The master’s bedroom is worth spending a night in, l’ultimo lavoro di Thee oh sees uscito per Tomlab; la sua militanza garage si è manifestata attraverso una serie di band che oscillano tra il folk sperimentale e il Nuggets sound; Suck Blood, la prima release come Thee oh Sees, era una delirante visione folk posseduta dal fantasma di Albert Hoffmann e per certi versi vicina a quella dilatazione destrutturata che era presente nei primi dischi dei Royal Trux. Una forza visionaria che non viene meno in questo ultimo cd della band di San Francisco nonostante l’involucro sia quello di un garage punk assassino e tagliente come il rombo di Davie Allan mentre mima le motociclette di Roger Corman. The master’s bedroom is worth spending a night in non da tregua, 15 tracce sparate da un altro spaziotempo, con Dwyer che filtra come di consueto la sua voce attraverso un device telefonico, doppiato dalle derive dreamy di Brigid Dawson in un viaggio tra la psichedelia anni 60, i My bloody valentine e un noise sporco e visionario. E’ un campionario vastissimo che si salva da un citazionismo di tipo innocuo con una propensione a massacrare l’estetica psychobilly in una forma estrema e sudicia, brani come Adult Acid e soprattutto la splendida The coconut, sono concepite a partire dal concetto di mutazione psichedelica, una lezione imparata da Dwyer in modo tutt’altro che pedissequo, tenuta in piedi da un songwriting solidissimo che non lascia andare per un attimo la potenza d’impatto. Per un attimo viene in mente la stessa forza di capolavori psicotropi e paranoici, rivisti da una prospettiva frammentata e postmoderna e penso più che altro ai Cramps di Songs the Lord Taught Us o ai Pussy Galore de la Historia; tutte forme di nostalgia impossibile al confine estremo con l’astrazione. In questo senso, una traccia come You will se this dog before you die è una rilettura dei Sonic Youth rinchiusi in una capsula spaziotemporale, con un propellente stomp blues appiccicoso e svogliato, esempio di un’arte della combinazione che in seno ad una formula apparentemente d’attacco e inattaccabile, introduce il germe mutogeno dell’improvvisazione; provate ad ascoltare l’incredibile Quadrospazzed, mostro costruito come un puzzle generato da suggestioni, citazioni, sonorità, brandelli di una cultura; un delirio (ir)riconoscibile.

Redazione IE
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