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Dalla provincia e dagli anni '80 ecco Francesco Pizzinelli e i suoi Jocelyn Pulsar 

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Francesco Pizzinelli è il titolare del moniker Jocelyn Pulsar, attivo ormai da una decina d’anni e autore di ben cinque dischi, all’insegna del lo-fi e di una poetica molto personale, legata al ricordo ma non solo. Abbiamo parlato con lui del suo ultimo disco, Il gruppo spalla non fa il soundcheck e del suo modo di intendere la musica oggi.

Inizierei l’intervista chiedendoti qualcosa sul tuo ultimo disco, Il gruppo spalla non fa il soundcheck, che è uscito già da qualche mese. Rispetto alle tue prove precedenti si può notare una produzione più accurata, non un abbandono totale del lo-fi che ti contraddistingue, ma comunque qualche passo verso una maggior risoluzione. Come mai questa scelta? L’aiuto di Enrico Berto degli Amari in sede di produzione quanto ha influito su questa novità?

Il ruolo di Enrico è stato determinante perché è stato proprio lui a propormi di registrare completamente il disco nel suo studio (il Mushroom Studio di Aviano – Pordenone), mentre io inizialmente gli avevo solo chiesto di mixare il prodotto finito che gli avrei portato direttamente dal mio “studio-camera da letto”, come con i miei dischi precedenti; questo attestato di stima mi ha fatto molto piacere ed ho accettato, non senza qualche timore, perché per me era la prima volta in uno studio vero. Devo dire che è stata una bellissima esperienza, quasi tre giorni di lavoro estenuante, anche fino a notte fonda, ma alla fine il risultato mi soddisfa appieno e ad Enrico devo sempre il mio ringraziamento.

Abbiamo parlato di lo-fi; siete stati definiti come “i nipotini sfigati dei Pavement”. In effetti il loro sound si ritrova in molte canzoni dei Jocelyn Pulsar. Cosa ti ha fatto innamorare del gruppo di Stephen Malkmus? E cosa pensi della reunion di quest’anno?

Premesso che sono il primo a considerare un “eresia” anche solo pensare di paragonare Jocelyn Pulsar ai Pavement, devo dire che sono in assoluto il mio gruppo preferito, anche se li ho scoperti tardi, grazie ad un mio amico, nonché compagno di avventure in molti miei live (Luca Facchini dei Volticontrolume): in particolare con il loro primo disco, mi hanno fatto scoprire che per fare un disco non era necessario registrare così bene… La loro reunion me la sono goduta in prima fila all’ Estragon di Bologna, quasi in lacrime eh eh eh..!

Nelle recensioni sei accostato a vari nomi del cantautorato del giorno d’oggi, da Cremonini a Bersani a Dente, ma in realtà è abbastanza difficile inquadrare la tua musica con questi nomi. Ci sono degli artisti a cui ti senti più vicino nell’ambito italiano?

Francamente con Cremonini non trovo molti punti di contatto (se non in un suo pezzo quando canta “…da quando Baggio non gioca piùùùù…” lì mi ci ritrovo come attitudine…); Dente lo conosco, abbiamo suonato insieme in un paio di occasioni, mi piacciono le sue cose e so che a lui piacciono le mie, Bersani con gli anni è diventato forse un po’ verboso, ma resta un nome di ottimo livello… In realtà forse un nome a cui mi piacerebbe essere accostato è quello di Babalot, anche se sono consapevole di non avere la sua “genialità”. Ai massimi livelli devo nominare De Gregori, Ivan Graziani, Sergio Endrigo e Piero Ciampi, ma solo come punti di riferimento e di ispirazione, senza la presunzione di accostarmi a loro.

Nella recensione di Indie-Eye sei stato accostato anche a Max Pezzali; pensi di avere qualche affinità con il mondo descritto nelle canzoni degli 883?

C’è forse qualcosa, nel senso che anche lui spesso nelle sue canzoni è nostalgico dei tempi andati (Gli anni ad esempio…): al di là di questo credo che non ci siano molti altri punti di convergenza, non mi piace particolarmente la sua musica, diciamo che mi lascia abbastanza indifferente. Al limite preferisco il disco solista di Mauro Repetto Zucchero Filato Nero, che è un “cult” spontaneo… E i più attenti se ne accorgeranno guardando il mio nuovo video, che sarà online a giorni.

Uno dei cardini della tua poetica è il ricordo, sia legato all’immaginario collettivo degli anni ’80-’90, sia a livello personale. Perché per te è così importante guardarsi indietro quando scrivi un testo? Sicuramente lo fanno anche altri autori, ma pochi come te lo mostrano senza problemi…

Beh, va detto che non tutti i miei testi parlano degli anni ’80, diciamo però che ci sono spesso dei riferimenti, anche isolati: in particolare in questo disco ci sono due canzoni che ne parlano, la title track (dove cito, tra le altre cose, le “Reebok Pump” e Dolph Lundgren, il “russo” di Rocky 4) e soprattutto W la tecnologia, forse il brano migliore, dove parlo di me e di come il mondo è cambiato mentre io crescevo, con riferimenti non sempre scherzosi e positivi (parlo anche di Chernobyl). La verità è che mi sembra che in generale la situazione, a livello culturale e morale, stia sempre peggiorando con gli anni, così ricordare i tempi della mia infanzia francamente mi fa stare meglio.

 

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Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.