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Abbiamo chiesto ad Andrea Bruschi di ‘raccontarci’ la sua creatura o quello che lui stesso definisce un “progetto esistenziale”. 

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Difficile descrivere a parole l’atmosfera della musica di Marti e soprattutto catturare le suggestioni evocate dalle loro performance. Abbiamo preferito cedere l’arduo compito alle immagini che meglio danno un’idea di quello che a tutti gli effetti si può considerare uno dei live più convincenti del Mi Ami festival tenutosi a Milano lo scorso giugno. Abbiamo chiesto piuttosto ad Andrea Bruschi di ‘raccontarci’ la sua creatura o quello che lui stesso definisce un “progetto esistenziale”. L’intervista che segue è il risultato della sua disponibilità a condividere su queste pagine la sua esperienza e le sue emozioni. A lui un grazie sentito e a voi buona lettura.

Indie-Eye: Andrea partiamo dal Mi Ami, la due giorni di concerti è stata caratterizzata da una forte presenza di pubblico e al giustificato entusiasmo dell’organizzazione si è unito un consenso e un apprezzamento condiviso un po’ da tutti. Com’è stata la tua esperienza personale del festival?
Andrea Bruschi: Sono contento e onorato di averci partecipato… penso sia importante e che sia un segnale che esiste una fonte di creatività e di immaginazione che vive la realtà in modo differente da quella che produce ormai solo soldi e che va per la maggiore in Italia. Voglio dire esistono migliaia di persone che hanno matrici culturali diverse da quelle che passano come principali e uniche in Italia. Questa è una cosa molto importante. Musicalmente e non solo l’Italia non ha strutture e in 50 anni ha fatto poco e niente per attivare nuove realtà quindi dio benedica il Mi Ami.

I-E: Dopo il Mi Ami si è ricominciato a parlare nuovamente di “scena” in modo più insistente e convinto… condividi questo entusiasmo? E, se c’è “scena”, te ne senti parte?
AB: Come dicevo prima più che scena direi che esistono adesso migliaia di individui che vivono realtà diverse e grazie a dio staccate da quello che la maggior parte dei media spinge come unica realtà. penso che la cosa importante sia una condivisione esistenziale..che è la cosa più importante ed è anche la bellezza di tutto ciò. Per essere più specifico riguardo al festival… tantissima musica di vari generi ma con un cuore solo… poi la strada da percorrere è sempre individuale ed ognuno trova la sua.

I-E: “Unmade Beds” è un disco che difficilmente può essere collocato sulle rigide coordinate del pop-rock più o meno indie ampiamente rappresentato al Mi Ami. Marti fa un po’ storia a se… come mai?
AB: Va direttamente con quello che dicevo prima… essendo un progetto esistenziale… l’ho creato per esigenze mie e non per altri motivi e quindi rispecchia me e i miei gusti e la mia vita quindi per come vanno adesso le cose in Italia è super alternative ah ah… inoltre io mi sono sempre nutrito da questo tipo di territorio musicale e mi sento di ricreare questo mondo che è il mio in tutta onestà… sono anche contentissimo che abbia riscontrato tanto interesse che va a significare che c’è spazio per ogni storia che vuole essere raccontata.

I-E: Qui al Mi Ami avete suonato in formazione completa, mentre in precedenza vi ho visto anche in formazione a tre… lo show va comunque bene anche se quando siete al completo avete effettivamente una marcia in più. È tanto difficile riuscire a suonare dal vivo con tutta la band?
AB: Dico questo per mia esperienza, l’offerta live delle band italiane mi sembra sempre più interessante e diversificata e in forte crescita mentre non avendo preparato niente dall’altra parte, mancano strutture e locali… per esempio a Genova che è la città dove sto di più manca un posto preciso… per quanto riguarda Marti abbiamo fatto concerti anche in formazione ridotta perché non si paga in maniera dignitosa chi fa musica in Italia ed è una situazione che può anche essere dichiarata insostenibile ma è quella che è. Detto questo va fatto un plauso a tutti i locali che azzardano una programmazione alternativa e avventurosa.

I-E: Il tuo album è uscito a settembre 2006 e tra poco compirà un anno, puoi fare un bilancio a questo punto?
AB: Sono molto soddisfatto di come stanno andando le cose… siamo in ristampa, abbiamo fatto due video di cui sono contentissimo e forse faremo il terzo con relativo singolo… considerando la fatica fatta in questi 6 anni non posso che essere contento.

I-E: In quanto attore immagino che i videoclip ti interessino e ti divertano particolarmente… a questo punto della tua carriera ti senti più attore o cantautore?
AB: Così di sprovvista direi canta-attore ma in realtà nasco come musicista e lì sono ritornato, anche se recitare è davvero un regalo prezioso che però è sempre più difficile fare. La musica è tutto quello che ho e direi che non me la toglie nessuno… per quanto riguarda i clip mi piacciono e ho ancora tante idee da mettere in pratica, vediamo cosa riesco a fare. Con il video di “September In The Rain” praticamente mi sono levato la soddisfazione di fare un piccolo film con Lorenzo Vignolo, proprio quel film che non siamo ancora riusciti a fare assieme.

I-E: La scelta di estrarre dei singoli dall’album fino a qualche anno fa era una pratica assodata mentre oggi mi sembra che stia cadendo un po’ in disuso… soprattutto in ambito indipendente mi pare che si faccia sempre più raramente… quali secondo te le cause? E quale sarà il terzo singolo?
AB: Venendo dal vinile, io adoro i singoli. Adesso faccio una digressione ma quando uno comprava un 45 giri e lo metteva sul piatto difficilmente usciva dalla stanza perché era una cosa che avveniva lì… era un azione anche magnetica ben precisa… vedeva il disco suonare, adesso metti su un cd e vaghi dove vuoi. Comunque io spero che pubblicheremo il terzo singolo, sono indeciso tra “They’re So Small” e “Walkout Of This Club With Me”. Le radio hanno apprezzato molto “They’re So Small” anche se per me è il pezzo più fuori dall’album… è una digressione jazzdance ma comunque se sarà questo il nuovo singolo ben venga.

I-E: Per la qualità dei brani e della produzione, ma anche per il respiro internazionale del background musicale cui attinge, “Unmade Beds” mi sembra un album facilmente esportabile all’estero… hai avviato qualche contatto in questo senso?
AB: Per mia storia personale l’Italia mi è sempre andata stretta… mi immagino continuamente altrove e se posso ci vado… detto questo senza sbilanciarmi da ottobre gli Unmade Beds saranno europei e forse anche canadesi. Ho iniziato anche una collaborazione in UK con Anthony Reynolds leader e voce dei Jack che ha apprezzato molto il nostro disco e ha voluto produrre tre nuove canzoni di Marti.

I-E: Anche la musica dei Jack era molto raffinata, romantica e decadente… non mi stupisce affatto che abbia apprezzato l’album di Marti… com’è nata la collaborazione con lui?
AB: Io adoro i Jack e ho sempre percepito un amore per la musica europea continentale in loro… dico francese e tedesca ma anche il melo’ italiano e ho scritto ad Anthony Reynolds tramite Hollowblue, un grande gruppo di Livorno perché sono amici. Insomma dopo una settimana mi ha telefonato Anthony tutto gasato dicendomi che amava l’album e voleva fare qualcosa con me. Io ovviamente ero lusingatissimo perché come ben sai è raro che avvenga. Comunque così è nata una grande amicizia e un sodalizio che sarà duraturo. Spero anche di fare un progetto parallelo con hollowblue e lui.

I-E: Hai già cominciato a pensare all’album nuovo? Pensi di lavorare con Paolo Benvegnù anche per il prossimo disco?
AB: Il nuovo disco l’ho già scritto tutto e so già come si chiamerà e ho già in mente la copertina… e mi piacerebbe che alcuni pezzi fossero prodotti da Paolo… ne abbiamo parlato… per lui sarà un anno molto intenso perché avrà il suo disco… vedremo e spero di sì… intanto ho lavorato con Anthony e poi ho avuto anche un offerta da un produttore americano leggendario nel pop rock… quindi potrebbe essere un lavoro di co-produzione… fine 2008 direi sempre che siamo ancora vivi.

I-E: La Green Fog si è imposta ormai come una delle etichette più credibili del panorama italiano e, più in generale, è Genova a dare l’impressione di essere “esplosa”… se non ho contato male credo che la tua città fosse quella più rappresentata al Mi Ami. Cosa sta succedendo esattamente?
AB: La Green Fog è una forza e devo ringraziarla perché mi ha permesso di essere libero completamente e non è poco… mi piace anche l’idea che all’inizio si sia concentrata su artisti di Genova così diversi da loro. Questo ha dato la possibilità di mostrare la forza creativa della città. Genova è molto difficile e complessa e questo fa maturare molto una persona in generale… inoltre è sempre stata staccata dall’Italia in un certo senso… ed è sempre un porto ad un passo dalla Francia… mi sembra che dopo 30 anni da i cantautori stia tirando fuori un’altra realtà più diversificata perché l’Italia è cambiata ma matura e interessante ed io con “il mio cuore vagabondo” in qualche modo ne faccio parte.

 

Gigi Mutarelli

Gigi Mutarelli

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