Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

L'intervista a Paolo Benvegnù dopo il suo recente concerto al Vinile 45 di Brescia, parte del tour di Hermann, pubblicato recentemente per La Pioggia dischi. 

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Con la promessa vicendevole di procedere entrambi “a braccio”, abbiamo incontrato Paolo Benvegnù seduti sui divanetti del Vinile 45 a Brescia, sdoganando da subito la libera sigaretta e i rispettivi pensieri. Una chiacchierata interrotta dal doveroso soundcheck prima dell’esibizione live di Hermann, l’ultimo album pubblicato da Benvegnù recentemente per La Pioggia Dischi e recensito da Fabio Pozzi su Indie-eye.it. Le foto dell’intervista sono di Niccolò Corradini

Come incipit potremmo partire dalla genesi dall’album, che sembra avere più origini letterarie, compresa una legata ad una figura immaginaria, pura.
Lo spunto viene certamente da letture che abbiamo fatto un po’ tutti, del resto credo che solo uno scrittore possa dirsi il creatore di qualcosa, di certo non un musicista che suona con altri musicisti. Io sono un po’ il cantante e il parziale scrittore di questo gruppo che si chiama I Paolo Benvegnù. Cantante provvisorio perché sto dando segni di squilibrio, anche se penso sia quello sano dell’indignazione (ride).

O uno squilibrio guerriero?
Per ora un guerriero pavido, devo imparare a far seguire il gesto alle parole. Il vero obiettivo nel tempo è quello di diventare gesto, visto che le parole negli ultimi trent’anni sembrano venire usate in tutte le maniere e non sempre in modo consono. Questo obiettivo che porto avanti insieme ai miei compagni sodali, tende appunto al gesto e perciò per certi versi ad eliminare la mia presenza. Io purtroppo, come tutte le persone, ho una presenza pregnante nella mia vita; di solito mi sveglio la mattina e mi trovo già insopportabile (sorride). Col tempo vorrei diventare più sopportabile a me stesso e perciò affrontare ogni cosa, scrivere un disco e soprattutto vivere, tendendo verso la leggerezza. Per ora sono nel mezzo, sono nel dramma, né nella gioia né nella tragedia.

Rispetto ai lavori precedenti Hermann è un percorso artistico nettamente diverso. Sembra quasi un romanzo epico.
Più che artistico direi artigianale, l’artista è una cosa diversa. L’artista è il bambino quando gioca e muove le dita e le  mani. L’artigiano è un lavoratore che, come nel mio caso, ha il talento dell’impegno o meglio ancora, il talento del “bove”. Hermann è in effetti una cosa diversa, innanzitutto è scritta a più mani. Io ho avuto l’idea del contenitore; la mia idea è stata quella di fare un disco di letteratura, una Chanson de Geste. Quando come gruppo ci siamo trovati, ognuno ha tirato fuori ciò che aveva scritto nel frattempo e non solo su Hermann. L’idea di partenza era quella di parlare del vuoto che si sente e percepisce particolarmente in questo momento storico. E non credo che si tratti solo di un’evanescenza di certezze, c’è anche dell’altro: perché siamo in questo mondo, perché tendiamo al superfluo dimenticando e eliminando la sobrietà. Siamo partiti da questo, raccogliendo poi tutti i pezzi, sfrondando le cose meno importanti fino ad ottenere un percorso cronologico preciso.

E’ giusto dire che con le tracce di Hermann avete rappresentato degli archetipi del vivere?
E’ vero. Quello che penso io, e parlo per me in questo momento, è che se avessi avuto l’attenzione di andare più in profondità nei sentieri che mi venivano proposti, anche nell’adolescenza – dallo studio a scuola, ai film che vedi per caso, ai libri che ti regala una persona –  se fossi stato più attento avrei capito maggiormente gli errori che avrei fatto successivamente, oppure le cose giuste che avrei fatto, oppure avrei scelto un’altra strada. Però io allora ero molto disattento. Per questo motivo l’idea è stata quella di prendere degli archetipi che io, personalmente, avrei potuto utilizzare come cambiamento di prospettiva, forse rifacendo gli stessi passi ma molto più consapevolmente. Da un lato può sembrare presuntuoso, mentre a me sembra solo che normale. Penso che chiunque scriva, lo fa proprio per creare un avvicinamento, per gettare dei ponti e non per distruggere. (continua a pag 2…)

Ne Le Labbra le vicende sono molto tue: intime e personali e raccontante in prima persona mentre Hermann appare più come un narratore onnisciente che racconta la storia togliendosi un po’.
Esattamente, nella prima parte del live cerchiamo di farle Hermann così come lo abbiamo registrato, intendendo in questo modo il fallimento come il massimo del raggiungimento. Ed è giusto, l’uomo deve essere fallibile e non plenipotenziario (ride). Nel reiterare il fallimento nel fallimento mi accorgo nettamente che rispetto ai concerti precedenti dove parlavo di me, è come se mi estrassi un attimo, cinematograficamente è una voce fuori campo. Faccio molto più fatica adesso p erché in realtà è molto più semplice essere in mezzo al campo e comportarsi da mattatore. Per me questo è passo importante; il fatto di riuscire a raccontare storie allegoriche significa non drammatizzare le situazioni, ma muoversi verso la leggerezza. Sono partito da una situazione molto greve e quindi il primo passo per allontanarsi dalla grevità è stato tendere verso l’alto, e non sto parlando necessariamente di un’ascesa verticale, ma di una trascendenza.

Essere un po’ alleggeriti da se stessi.
Alleggeriti e anche un po’ più sacri. Accorgersi di quanto nel mondo può essere miracoloso. Voglio arrivare verso una trascendenza che comprende il normale come stupefacente. L’ho capito ma ancora non l’ho compreso. Ho ancora dei passi da fare in questa direzione. In questo momento mi sento come un bambino di cinque anni che ha voglia di studiare e vorrei riconoscermi in quello. Poi se un giorno mi sentirò di fare qualcosa applicando questa comprensione forse lo farò. Sinceramente ora non lo so…però un altro disco lo devo fare! Speravo che questo fosse definitivo e invece siamo ancora nella parzialità.

Da come si sta svolgendo il tour di Hermann mi sembra che anche il rapporto col pubblico sia cambiato; siete meno goliardici rispetto a prima, forse perché non avrebbe senso fare una battuta nel corso di queste tracce?
No a me non viene, ma in realtà non dovrebbe venire anche dopo. Con questi ragazzi ho un rapporto di contemplazione, li guardo e rimango meravigliato da come si possa vivere ogni cosa col senso della goliardia e del divertissement che io non conosco, perché sono drammatico, sono del nord (ridiamo). Trovandomi ora fisicamente in Toscana sento che si è creato con loro un rapporto diverso da quello che avevo con gli Scisma con cui il rapporto era molto profondo ma anche più formale. Quindi da un lato c’è contenimento e dall’altro la volontà di raccontare una storia col rigore che l’ha generata. Dobbiamo raccontare una storia e farlo seriamente. Specialmente in questo momento in cui io da me stesso pretendo serietà, dal momento che credo ci siano troppe cose che tendono al superficiale. Ci può essere superficialità semplice, che io comprendo, e poi c’è quella applicata, seduttiva che è una cosa che odio. Allora visto che a volte fare i cretini è una forma di seduzione sciocca, c’è venuta l’idea di essere più rigorosi.

a volte il pubblico sembra riconoscersi molto in quello che scrivi. credo si tratti di una particolare forma di responsabilità nei confronti di chi vi ascolta.
Mi sento già così responsabilizzato di fronte a loro (indicando gli altri musicisti), mi sento un po’ il fratello maggiore e per certi versi vorrei proteggerli anche se si tratta di persone che sono molto più solide di me. quando si va a suonare si pensa di voler capire qualcosa in più del lavoro che è stato fatto, soprattutto cogliendo l’aspetto dell’immaginato. Da un lato è una grande restituzione, dall’altra, per quanto mi riguarda, non è una situazione così piana. comprendo coloro i quali da musicisti si trasformano in “cantanti” o da “scrittori canzoni” e diventano in fondo degli intrattenitori; togli il cervello e dai al pubblico quello che vuole, ma io non credo di essere capace di fare questo. poi il live è realmente una grande restituzione, è assurdo fare una canzone nel tuo sottoscala e a mille chilometri trovare qualcuno che ti dice quanto il pezzo gli sia piaciuto. è una cosa assurda perché non è così scontato e non è nelle mie intenzioni, non ora. se prima scrivevo per cercare uno spazio mio da difendere, ora lo faccio per un bisogno, perché mi serve in quell’istante. Come dicevamo prima, è la creazione il momento primigenio che poi si mutua in qualcosa di più aereo che è la melodia. In questo momento mi sento un po’ levatrice, un aiutante ad una partoriente, anche se poi la partoriente sono io. Quando sento che devo scrivere lo faccio, e talvolta arrivano delle cose che per me sono un miracolo e questa è la cosa più importante di tutto il processo. anche suonarle da vivo, è bellissimo ma è una cosa di diversa. Forse per fare questa cosa in maniera più pura, dovrebbe essere una seconda o terza attività, mentre adesso è più che altro una passività. (ride).

una domanda mossa dalla curiosità: la scelta della copertina. rispetto alle texture di “tessuto” appunto,  dei precedenti, hermann è un soggetto, un vecchio ritratto con delle mani da ragazzino. come è stato scelto?
Francesco prosperi e Mauro Talamonti hanno uno staff di artisti visivi che si chiama Capicoia. abbiamo iniziato questa collaborazione in contemporanea; mentre noi ci occupavamo dei brani, loro pensavano all’apparato visivo. si tratta quindi di un lavoro di 15 persone. L’idea di fondo sta dentro il significato della parola Hermann, attraverso un gioco di sillabe contenuto all’interno della parola: c’è her, quindi il pronome femminile inglese, e man, quindi l’idea era quella di rappresentare un uomo che derivasse realmente da una donna. E loro l’hanno raffigurato così, un personaggio che sembrerebbe saggio ma con le mani di un’adolescente. Ovviamente rispetto alle altre copertine è diverso, soprattutto perché prima c’era il tema pregnante dell’amore e del tormento, che non è più nella vita e ne sono felicissimo (ride) anche se sono passi che un essere umano deve affrontare. Magari lo riaffronterò in futuro ma per ora sento di averlo esplorato a fondo. Poi c’è un discorso prettamente stilistico. avendo fatto un disco diverso dagli altri, si è pensato a qualcosa di differente. Sempre loro hanno poi costruito la parte visiva che c’è nei concerti che dovrebbe essere la reale chiave di lettura.

oggi è il record store day, giornata di supporto per i piccoli venditori da “sottoscala” un po’ schiacciati dalla facilità che c’è nel reperire la musica un po’ ovunque, in rete, per esempio. L’immediatezza delle cose svilisce un po’ il loro contenuto di valore e forse non sempre l’accessibilità è un bene. cosa ne pensi?
Sono assolutamente d’accordo. tutte le cose più belle che ho sentito e gustato sono state sudate e conquistate con fatica. Non è un discorso di sentirsi o meno “snob” per il fatto di andare a prendere un disco in un negozio. per fare un esempio sciocco, un pescatore va a comprare le esche nel suo negozio preferito e quindi perché non può essere la stessa cosa con la musica? Vivere è impegnativo, perciò anche comprare o fare un disco deve essere così; penso che debba sentirsi la fatica, anche quando si tratta di fatica gioiosa. Io credo che questa sia una cosa giusta invece mi sembra di notare che la mancanza di impegno vada per la maggiore, come del resto la mancanza di concetti. Per esempio, questo è un periodo in cui si sente dire continuamente “basta con le ideologie”. Si può anche essere d’accordo, ma se questo sottende basta con le idee allora si crea un bel problema che fa di noi solo una fetta di mercato. Internet è un modo anche subdolo e ambiguo per far di noi una fetta di mercato; ci sono molti aspetti positivi, ma anche alcuni terribili e tutti che hanno il segno del maschilismo bieco del possesso e del controllo.

Leggendo le opinioni su questo disco, molti l’hanno definito una colonna sonora di un film non ancora scritto. Ascoltandolo io l’ho associato ai film Jacques Tati proprio per il fatto di aver in modo analogo descritto delle situazioni ideali e antropologiche. tu che dici?
a me la cosa che più piace di Tati è quando diventa la sua macchina da presa e dalla sua finestra vede ciò che succede. E’ una cosa meravigliosa perché io posso vedermi dall’esterno e posso quasi trovarmi gradevole. è una grande maniera di vedere gli uomini, e penso sia un modo profondamente educativo e antropologico. Per quanto riguarda ciò che ho scritto io credo sia un tentativo di avvicinarsi ad un saggio, ma per ora si tratta di schegge di pensiero. purtroppo. Si tratta di un tendere verso gli astri e del resto desiderio significa tendere alle stelle. In avanti vorrei poter essere più pertinente dato che per ora lo sono solo di sangue e di indignazione e non è la maniera migliore per dire le cose. Ora mi sento veramente come un bambino che vuole studiare. In questo Marco Parente nel suo disco nuovo ha detto qualcosa di importante “il gioco è una cosa seria, solo il bambino lo sa”. Io auspico a questo ad una nuova coscienza anche infantile.

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Giulia Bertuzzi

Giulia Bertuzzi

Giulia vede la luce (al neon) tra le corsie dell'ospedale di Brescia. Studia in città nebbiose, cambia case, letti e comuni. Si laurea, diventa giornalista pubblicista. Da sempre macina chilometri per i concerti e guadagna spesso la prima fila.