lunedì, Luglio 4, 2022

April March & Aquaserge – s/t (Freaksville Records, 2013)

Immaginate: anni Sessanta, Francia. Voi, seduti nell’erba, in uno dei numerosi giardini dell’ Île-de-France, assaporate un tiepido vento primaverile, conduttore di odori e stimoli nuovi, ed espressione di quello spirito di ribellione e rinnovamento che scuote e imperversa nelle nazioni tutte. Oppure: Parigi, Rive Gauche, passeggiate lungo la Senna, disquisendo sulle tendenze letterarie del momento (Keruac, Ginsberg, i mostri sacri della Beat Generation, che tanto vi ispirano ed accendono). Ebbene, queste due anime, queste tendenze, insieme a molte altre, convivono in April March & Aquaserge, disco frizzante e visionario che sancisce la prima collaborazione ufficiale fra l’eclettica cantautrice statunitense (il cui vero nome è Elinor Blake), californiana di nascita ma francese per “adozione” artistica, e la poliedrica band di provenienza internazionale, ma con quartier generale proprio in Francia, di cui fanno parte anche Julien Barbagallo, batterista dei Tame Impala, Julien Gasc degli Stereolab e Benjamin Glibert dei Melody’s Echo Chamber.
Se negli Aquaserge convivono esperienze lontane (non solo in senso metaforico) e profondamente diverse, ma tutte riconducibili ad un filone d’orientamento per così dire “psichedelico”, che trae ispirazione da una disparata gamma di artisti (da Coltrane a Zappa, da Hendrix ai Beach Boys), April March, invece, si muove da sempre su un territorio a lei familiare, quello della cultura pop francese (da cui è rimasta affascinata sin da bambina), ma non per questo privo di sperimentazioni impavide e di forti suggestioni. Fra queste, spicca il modello delle chanteuse degli anni ’60, come Françoise Hardy o Sandie Shaw; ma la più notabile è senza dubbio quella di Serge Gainsbourg, determinante tanto da spingerla a realizzare, nel 1994, il disco Gainsbourgsion!, mai pubblicato effettivamente, dove reinterpreta il lavoro del rinomato cantautore francese, e in cui appare una cover del celebre brano Laisse tomber les filles (la cui versione tradotta in inglese, Chick Habit, diverrà parte della colonna sonora del film Death Proof di Quentin Tarantino), originariamente cantata da France Gall.
Dall’unione di queste inclinazioni variegate quanto, in parte, affini, non poteva non venir fuori un disco dalle tinte policrome, caratterizzato da forti sbalzi e contaminazioni di vario genere, con salti melodici e ritmici riscontrabili non solo da una traccia all’altra, ma anche all’interno di uno stesso pezzo. Le diverse attitudini generate dalla combinazione di vissuti e percorsi così differenti riescono, in questo prodotto, a coesistere e, talvolta, a co-implicarsi: a tratti, cozzano fra loro, provocando dissonanze e stridori tanto disorientanti quando affascinanti; altre volte, invece, si fondono, creando forme ibride e indefinite.
Il comune multiplo fra questa moltitudine di pulsioni, e quindi la chiave di lettura dell’intero lavoro, può essere trovato nel termine, spesso abusato, ma in questo caso calzante, di psichedelia, o meglio in una nuova forma di essa, una “neopsichedelia”, che, pur forgiandosi in ambienti ancora riconoscibili e noti (che spaziano dal kraut al progressive, fino al jazz e alla bossa nova), rivisita e riplasma in modo personale le diverse contaminazioni, approdando in una dimensione nuova, quasi metafisica, postmoderna. La musica diventa dunque metafora di viaggio, o forse lo stesso mezzo di trasporto (un aereo? Una nave?) con cui ci si sposta dalla prima all’ultima traccia, in un caleidoscopio di visioni e diffrazioni.
In ogni caso, al di là delle sfaccettature più ricercate e particolariste, a un primo sguardo questo appare come un disco di leggero pop francese, caratterizzato da un delicato esotismo e da atmosfere a tratti minimaliste, a tratti rétro, altre volte ancora noise.
A partire dalla prima traccia, Black Bars, brano dissetante e dall’aria estiva, all’onirica J’entends des Voix, in cui la voce dissonante di April sembra affiorare da una profondità acquatica; dalla balsamica Sybarite, le cui dolci nuances samba accompagnano in una dimensione di miele, alla fiabesca Red Life, nella quale le melodie quasi orientaleggianti entrano in stretto dialogo con la voce, supportate da una batteria lontana ma concisa, profonda, quasi prog, kingcrimsoniana; dall’ossimorica Spirals, traccia briosa e rinfrescante ma, allo stesso tempo, velata di un’impercettibile saudade, giungendo infine a Des Tics et des Tocs, primo brano estratto dall’album, dalle tonalità giocose e spumeggianti; la prima parte del disco è quella in cui le sfumature esotiche sono più evidenti: attraversato da un clima di soffice e luccicante bossa nova, il suono non si preclude però di esplorare anche campi più oscuri, creando una (dis)armonia ammaliante e, allo stesso tempo, puerile. Le influenze sono varie: dai già citati King Crimson al Brian Eno più sperimentale, da  João Gilberto al modello canzonetta degli anni 50/60. In alcuni pezzi non ci si stupirebbe di sentire April cantare in portoghese, come una moderna Astrud Gilberto.
La seconda parte del disco, invece, segna un cambio di rotta sostanziale, e un approdo a suoni più duri, “rockeggianti”, su sponde più stridenti e meno, per così dire, infantili. Da Love is a Maze, brano granitico con dissonanze fra il garage e lo shoegaze, alla paranoica Ready Aim Love, dove il suono distorto della chitarra di disperde in una nebulosa di risonanze confuse e screziate; dalla giocosa e sgangherata Pourquoi Parce Que, alla suadente Sparklers, con atmosfere da carillon e ritmo scandito da forti linee di basso; è in questi pezzi che il disco, dopo aver frantumato l’equilibrio iniziale, raggiunge il suo spannung, il momento di massima tensione e di più complessa irrazionalità, che trova il proprio scioglimento solo nelle ultime due tracce: l’adolescenziale Picture the Sun, con suoni da banda – pomeriggi afosi d’estate trascorsi al luna park, in qualche località di mare-, e l’ultima How Was Your Day, ballata vintage da ballo di fine anno, che chiude in “dolcezza” e concede, finalmente, il riposo dei sensi.
Un disco difficile, barocco, romantico, allucinato, che suscita domande senza suggerire alcuna risposta. Domande retoriche? Forse. Magari solo le “classiche” domande di senso. Come quella suggerita dal nome stesso della band, Aquaserge: a quoi sers-je? A cosa servo io, e noi tutti?

Bianca Greco
Bianca Greco
Appassionata di musica, cinema ed arte. Strimpella qualche strumento, scribacchia frasi, scatta foto e pensa troppo.
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