giovedì, Settembre 24, 2020

Killing Joke – Absolut Dissent: la recensione

Se i Killing Joke siano stati fra le migliori proposte generate dal ribollente calderone post-punk nei primi anni ’80 è legittimo argomento di dibattito. Certo è che la miscela di dance industriale, metal, punk, funk, dub ed elettronica coniata dal gruppo britannico ha codificato una formula ben precisa, riproposta con successo da svariate formazioni nel decennio successivo. Non solo la musica dei Killing Joke è all’origine dell’industrial-metal di Ministry, God Flesh e Nine Inch Nails, ma ha esteso la propria influenza fino alla generazione grunge: Soundgarden e Nirvana hanno rispettivamente omaggiato i londinesi con i brani Jesus Christ Pose e Come As You Are (quest’ultima così simile a Eighties che Jaz Coleman aveva intentato una causa per plagio nei confronti di Cobain, poi interrotta dal suicidio dell’artista). Dave Grohl, dal canto suo, ha suonato la batteria con Jaz e compagni su Killing Joke 2003, oltre ad aver coverizzato Requiem con i suoi Foo Fighters.

Se consideriamo che perfino i Metallica hanno in repertorio una cover del gruppo (The Wait), possiamo renderci conto di quanto sia estesa la popolarità dei nostri fra i colleghi. Eppure i Killing Joke sono rimasti per trent’anni una sorta di culto sotterraneo: idolatrati dagli addetti ai lavori, non si sono mai imposti con successo nei confronti del grande pubblico. Portati avanti a testa bassa da Jaz Coleman (voce, sintetizzatore) e Geordie Walker (chitarra) – a lungo unici superstiti della formazione originaria – hanno progressivamente diluito l’aggressività nel corso degli anni ’80, raccogliendo anche qualche lieve riscontro commerciale (ricordate Love Like Blood?). Dal ’90 in poi sono tornati ad inasprire il proprio sound, esplorandone le sfumature più feroci e monolitiche. Nel 2007 la morte del bassista Paul Raven – subentrato a Martin Glover (akaYouth) – ha riunito per la prima volta dal 1982 i membri fondatori del gruppo.

Un tour nel 2008 è servito da battesimo del fuoco per la “nuova” vecchia formazione, dopodichè Coleman, Walker, Youth e il batterista Paul Ferguson si sono rinchiusi in studio per strutturare le canzoni che avrebbero composto Absolut Dissent. Se qualcuno si aspettava una ripresa in grande stile delle sonorità originarie rimarrà deluso. In effetti i brani si mantengono in linea con i lavori degli anni novanta e duemila, privilegiando la componente metal rispetto a quella wave. Probabilmente il ritorno di Ferguson dietro le pelli conferisce alla musica una propulsione più selvaggia, cementando uno stile meno asettico e professionale di quello a cui i nostri ci avevano abituato con le ultime produzioni. Tuttavia non c’è traccia del drumming tribale di Killing Joke o What’s this for, i ritmi sono quadrati e compatti, raddoppiano l’effetto di pesantezza trasmesso delle chitarre. Questo procedere muscolare frutta ottimi risultati nel caso della title track o di the Great Cult, che sfoggiano ritmiche marziali e incessanti, riff ossianici, melodie epiche.

Altrove purtroppo le cose non funzionano altrettanto bene: This World Hell è un brano heavy metal piuttosto convenzionale, e con End Game si arriva quasi a parodiare i Mötorhead. Depthcharge, al contrario, accentua le venature industrial combinando batterie acustiche e ritmi programmati. Purtroppo il rischio è quello di fare il verso ai propri epigoni. Fortunatamente la scaletta presenta qualche sorpresa e le tracce più rozze sono bilanciate da episodi “soft” come European Super State – dove il modello di riferimento sembrano essere i Kraftwerk periodo Radio Activity – o il tributo al compagno defunto The Raven King, che punta tutto sulla melodia. In Excelsis (con i bordoni di tastiera in primo piano) e Here Comes the Singularity suonano ancora sporchi e pesanti, ma possiedono un appeal pop piuttosto insolito per i canoni della band.

Chiude in bellezza Ghosts of Ladbrocke Grove, dub sinfonico che ben si sposa ad una cantilena rituale ed oppressiva. A condire il tutto le liriche di Coleman, contraddistinte dai soliti toni apocalittici: considerati i tempi in cui viviamo, stavolta potremmo definirlo semplicemente un realista! Chiariamoci subito, se conoscete il gruppo di cui stiamo parlando Absolut Dissent non riserverà grandi sorprese. I KIlling Joke sono gli stessi di sempre: oppressivi, metalliferi e ripetitivi. Tuttavia, l’album si piazza una spanna sopra rispetto alle ultime deludenti prove, e costituisce un eccellente bignami che illustra le evoluzioni del gruppo nei suoi trent’anni di attività. Niente per cui strapparsi i capelli, ma una conferma per i fan di vecchia data e un buon punto di partenza per i neofiti.

 

Federico Fragasso
Federico Fragasso
Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco

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