venerdì, Aprile 12, 2024

The Boys – The Punk Rock Anthology (Cherry Red/Anagram Records, 2011)

All’interno del grande calderone del punk inglese, nei confusi anni che vanno dal 1977 al 1980, una lunga serie di band non ha riscosso il meritato successo, per le più svariate ragioni: semplice sfortuna, contratti firmati con l’etichetta sbagliata o nel momento sbagliato o più semplicemente l’ombra dei giganti che in quel periodo stavano riscrivendo la storia del rock, dai Sex Pistols ai Damned, dai Clash ai Buzzcocks.
I Boys avevano tutte le carte in regola per sfondare, soprattutto a livello musicale; ciò che forse mancava al quintetto londinese capitanato da Matt Dangerfield erano i giusti agganci all’interno della scena della capitale britannica, allora pesantemente influenzata dai Sex Pistols e dal loro creatore e manager Malcolm McLaren, oltre a una cattiveria nei suoni e negli atteggiamenti che ai tempi pareva necessaria per farsi notare.
Il gruppo, formatosi nel giugno del 1976 e stabilizzatosi nei mesi seguenti attorno alla formazione storica, che prevedeva, oltre a Dangerfield, Honest John Plain alla chitarra, Duncan Reid al basso e alla voce, Casino Steel al piano e Jack Black alla batteria, fu infatti precursore del punk-powerpop che pochi mesi dopo avrebbe fatto la fortuna dei Buzzcocks. Pochi mesi che ai tempi del punk primigenio equivalevano a diverse ere geologiche, e che permisero da una parte al gruppo di Pete Shelley, forte di una serie di singoli assassini, di diventare un vero e proprio punto di riferimento per intere generazioni di musicisti, dall’altra lasciarono ai Boys lo stato di band di culto sotterraneo o poco più.
Ora arriva, grazie alla Cherry Red/Anagram Records, questo doppio album, che raccoglie il meglio della produzione dei cinque londinesi, più una serie di versioni demo e acustiche, messe in chiusura del secondo cd. Dall’ascolto delle 47 tracce emerge la forza e la genialità del gruppo, capace di scrivere melodie fantastiche corredate però dalla giusta corrosività ed irruenza punk, con un occhio al passato e l’altro alla rivoluzione in atto. Bastino come esempi la bellissima Brickfield Nights, probabilmente il loro capolavoro, che inizia con un break di batteria classicissimo (rubato alle Chiffons, come ammesso) e poi diventa una cavalcata energica e melodica al tempo stesso; I Love Me, che è un ottimo brano punk con un finale che omaggia i Rolling Stones, infischiandosene dei diktat del ’77; o Wrong Arm Of The Law, che trae ispirazione addirittura dal songwriting e dal modo di cantare di Bob Dylan; questo senza dimenticare la lezione pop beatlesiana che è possibile ritrovare quasi ovunque, e che anzi si fece sempre più sentire col passare del tempo, fino allo scioglimento nel 1982.
Da segnalare, oltre all’ottima musica e ad alcuni ripescaggi davvero gustosi e rilevanti, come il demo acustico di Sad Souvenir, brano suonato fin dal primo concerto, o come i mix originali di Junk, che è a tutti gli effetti un missing album, il libretto, che offre spiegazioni e curiosità su ognuno dei brani proposti, raccontando allo stesso tempo l’evoluzione artistica di una grande ma poco conosciuta band, da riscoprire e valorizzare. Non è mai troppo tardi.

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Fabio Pozzi
Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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