Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

La terza creatura per Drag City di Baby Dee Regifted Light giunge a un anno di distanza dalla disarmante raccolta di inni all’amore (in tutte le sue forme) A Book of Songs for Anne Marie e pur non discostandosi dalle atmosfere dominanti nella discografia ormai decennale dell’artista di Cleveland, presenta più di un tratto particolare e inatteso Giuseppe Zevolli ce ne parla in uno speciale dedicato a baby Dee, che insieme a questa recensione, include questa lunga foto intervista realizzata in un albergo di Londra, pochi giorni fa; in eslcusiva per indie-eye network 

Marzo 18th, 2011
Baby Dee – Regifted Light (Drag City, 2011)

Di

[ Puoi Leggere da questa parte la lunga foto intervista rilasciata da Baby Dee a Giuseppe Zevolli il 13 marzo 2011 a  Londra ]
La terza creatura per Drag City di Baby Dee, Regifted Light, giunge a un anno di distanza dalla disarmante raccolta di inni all’amore (in tutte le sue forme) A Book of Songs for Anne Marie e pur non discostandosi dalle atmosfere dominanti nella discografia ormai decennale dell’artista di Cleveland, presenta più di un tratto particolare e inatteso. Concepito in casa, in poche ma buone session di registrazione quasi fulminee, il disco è incentrato sul grand piano, quella mostruosa mole che è lo Steinway D, strumento venerato da Dee come quintessenza del pianoforte, cui si è seduta per improvvisare e poi comporre, trascinata dall’ispirazione che un così grande e sontuoso strumento non può che infondere alla sua suonatrice. Ma non è affatto all’immagine della donna solitaria al piano che bisogna rifarsi per comprendere la genesi di Regifted Light: le canzoni sono state concepite in una dimensione compartecipata, con una squadra composta dal polistrumentista Jon Steinmeier (Mucca Pazza), Matthew Robinson al violoncello, Mark Messing a tuba, sassofono e fagotto. Ai piani alti di missaggio e produzione Andrew W.K., che oltre ad essere responsabile dei tagli alle lunghe e incontrollabili improvvisazioni pianistiche di Dee, è colui che ha donato alla nostra lo stesso Steinway D che tanto l’ha ispirata. L’attitudine rock un po’ spaccona ed esagerata di Andrew è servita a intensificare la magniloquenza degli arrangiamenti, come se le peculiarità di W.K. fossero state trapiantate di peso da un genere all’altro, se di genere si può parlare riferendosi al tragicomico oscillare del songwriting di Dee. Nonostante qualche titolo buffo come Cowboys With Cowboy Hat Hair e la “gattara” Coughing Up Cat Hair, il disco non asseconda il lato più burlesco e da elegante cabaret che aveva caratterizzato molti degli episodi di Safe Inside The Day: gli arrangiamenti sono sontuosi, il piano di Dee virtuoso e commuovente. I pezzi strumentali prevalgono nel disco, che nella sua breve durata concentra le parole in soli quattro brani su dodici.  Dopo il baluginare di Yapapipi, in cui piano e violoncello sembrano intrecciarsi come due amanti, ricordando le piccole elegie strumentali dell’ultima Lisa Germano, la title-track sfodera un’interpretazione vocale che paga tributo all’incantevole luce della luna, chiamata “befriending Jesus”, fonte di estrema grazia e suggestione. La cupezza di Anne Marie cede il passo, in generale, a un mood più disteso che, pur non lasciandosi mai alle spalle punte di malinconia, sembra quasi stendere un ritratto di Dee, colta con un’espressione rasserenata e pacifica. Brother Slug and Sister Snail aggiunge una pennellata di tensione con il violoncello cupo del suo attacco, ma di nuovo si risolve in una piano ballad distensiva, impreziosita da fiati quasi fiabeschi. Fiabesca anche la bellissima Lullaby Parade, seguita dalla commuovente On The Day I Died in cui Dee immagina su uno sfondo naturalistico primigenio i propri genitori. C’è spazio anche per il divertissement di The Pie Song, un piccolo delirio famelico di due minuti che sembra strappato a un’improvvisazione cabarettistica. Chi vorrà ascoltarlo senza lasciarsi andare all’immaginazione finirà per considerarlo un disco di transizione. In realtà la stessa urgenza strumentale che sta alla base della nascita di Regifted Light lascia davvero molto spazio alla rivisitazione e all’empatia, riconfermando Baby Dee come straordinaria maestra dell’incursione emozionale e di un songwriting profondo e viscerale. Ora come dieci anni fa ascoltare un suo disco è come trovare un vecchio diario ingiallito e perdersi tra le sue pagine. È facile uscirne cambiati, anche solo un poco.

Baby Dee su myspace

Regifted life su Drag City

 

Giuseppe Zevolli

Giuseppe Zevolli

Nato a Bergamo, Giuseppe si trasferisce a Roma, dove inizia a scrivere di musica per Indie-Eye. Vive a Londra dove si divide tra giornalismo ed accademia.