giovedì, Ottobre 1, 2020

Neon Indian – Era Extraña (Static Tongues, 2011)

In due anni pare già essere scoppiata la rivoluzione, da quando David Keenan, uno dei più influenti e letti giornalisti d’oltremanica, coniava il genere del cosiddetto pop ipnagogico (con la sua variante, dal nome, decisamente più orripilante, di glo-fi), volendo con esso identificare tutto quel calderone musicale che faceva riferimento ad una sorta di background collettivo dell’ascoltatore, nel quale confluivano musiche di film anni ’80, di spot, di videogame semi-infantili, in poche parole di tutte quelle musiche che ci sembra di aver ascoltato mille volte e che galleggiano nell’oceano di ricordi del nostro cervello, sin quando (nel dormiveglia, così pare) riaffiorano con inusitata chiarezza. Posto che chi scrive ritiene quanto appena detto una maniera anche un po’ onanistica di definire la musica semplicemente citazionista (la semplicità fa così paura?) o musica in stile, è anche pur vero che questo è ben lungi dall’essere il “peggior genere musicale mai creato da un giornalista”, come pure è stato detto e giustamente riportato da un sito affine alla nostra testata (Ondarock) che all’epoca pubblicò un bellissimo articolo di Antonio Ciarletta e Giuliano Delli Paoli sull’argomento. Come se i giornalisti potessero creare un genere musicale: casomai questo stratagemma può essere di conforto per chi ascolta, per creare, anche talvolta grossolanamente, un’etichetta per rendere identificabile il prodotto nell’immediato. Ma fortunatamente la musica è creata dagli artisti e Neon Indian (aka Alan Palomo), che del neonato genere (seppure molti lo inseriscano solo nella seconda delle dizioni di cui sopra) è stato un artefice, è tutto meno che una truffa. Fortunatamente ama la musica e la conosce talmente bene da retrocedere addirittura ai tempi antecedenti la sua nascita e dare l’impressione che con quella musica vi sia cresciuto. E nel suo stimolare la memoria, soprattutto quella infantile, di un pubblico potenzialmente infinito, riesce ad essere popolare proprio nel senso primo del termine. Il texano, classe ’88, nel precedente Psychic Chasms, si tuffava di pancia (nel senso anche emotivo del termine) negli anni ’80 più giocosi e colorati, cogliendone il lato anche volutamente stupido e non prendendosi mai sul serio. A questa seconda prova, verrebbe da dire, il gioco si fa sicuramente impegnativo ma non per questo meno divertente. Tutto, in Era Extraña, a dispetto del titolo, è più a fuoco, immediato, riconoscibile, nonché prodotto e pensato meglio. E in tale approccio, anche l’orecchio va maggiormente a fuoco sui dettagli, che Palomo sembra giocarsi scientificamente uno per uno. Si va dagli incisi di synth dei Depeche Mode prima maniera di Polish Girl ai chitarroni shoegaze di The Blindside Kiss (un vero e proprio omaggio ai My Bloody Valentine in cassa dritta, una favolosa contaminazione), fino all’apogeo pop della successiva Hex Girlfriend, con un ritornello così contagioso da non aver nulla da invidiare agli A-Ha. Anche gli episodi in apparenza più superficiali sono congegnati con maestria e gusto davvero invidiabili, in particolar modo la title track, in cui un basso liquido e un cadenzare al ralenti rievocano inevitabilmente spiagge californiane e spot in controluce che bene avrebbe diretto Tony Scott. È infatti nell’abbracciare la componente onirica che Palomo dà il meglio di sé, giacché riesce a rendere vivi e presenti ricordi sonori che paiono sepolti da chissà quanto: e gran parte del merito va a quel sound così aperto, carico di reverbero, ma sempre molto a fuoco e meno “acquoso” rispetto al passato, in cui forse era più facile confondere le carte e rischiare il livellamento dell’aspetto puramente emotivo dell’ascolto. Peccato che nel lato B non sia all’altezza (davvero notevole) della prima metà, vuoi per una certa ripetitività (Future Sick o la stessa chiusura di Arcade (Blues)) o per una semplice tendenza ad infarcire di arpeggiatori linee sintetiche che, già da sole, erano sufficienti ad essere inquadrati nella kozmiche muzik. Ma nel complesso avercene di dischi così, enciclopedici senza dover ostentare tutto, ironici e a loro modo anche poetici e che, soprattutto, non abbandonano mai una dimensione ludica nella quale si riscopre anche il piacere di andare a riascoltarsi i lavori originali cui si ispirano. Scusate se è poco

Francesco D'Elia
Francesco D'Elia
Francesco D'Elia nasce a Firenze nel 1982. Cresce a pane e violino, si lancia negli studi compositivi e scopre che esiste anche altra musica. Difficile separarsene, tant'è che si mette a suonare pure lui.

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