sabato, Settembre 26, 2020

Stereophonics @ Rock en seine 2010, l’incontro

Foto di Francesca Pontiggia.

Non so se tutto quello che si dice sullo sciovinismo francese sia vero, non ho così tanti elementi per giudicare un intero popolo; se dovessi solo basarmi sui giornalisti d’Oltralpe e sulle loro domande durante le conferenze stampa degli artisti più “mainstream” al Rock En Seine non avrei però dubbi. Prendiamo ad esempio gli Stereophonics, un gruppo che è in giro dal 1992 e da più di un decennio nelle classifiche di mezzo mondo, capace di mandare 5 dischi al numero uno in Gran Bretagna. Si può dire senza suscitare scandalo che la loro musica non è tra le più stimolanti da ascoltare, che ci sia poco da scavare in ciò che suonano e nei testi, così come che il Galles, da dove provengono, non dia particolari spunti di cronaca musicale e a livello di immaginario.

Non si può però passare gran parte della conferenza stampa a fare domande legate più o meno direttamente alla Francia: innanzitutto perché non credo interessi a molti conoscere così bene il rapporto tra gli Stereophonics e la nazione che fu di De Gaulle; in secondo luogo perché gli stessi artisti si sentono liberi (a ragione) di buttare tutto sullo scherzo, dimostrando humour britannico, ma abbassando ancor più il livello della discussione.

Così, dopo aver saputo che Kelly Jones e compagni hanno suonato molte volte a Parigi (anche al Rock En Seine in una edizione precedente) e ricordano con piacere una loro esibizione al festival Eurockéennes di Belfort, che non temono le condizioni meteo francesi perché nel nord del Galles sono molto peggiori e che pensano che il pubblico lì ami più la melodia rispetto a quello di altre nazioni, si arriva anche alla domanda fatidica: “Cosa amate e cosa odiate della Francia?” A quel punto, dopo la classica citazione dei vini, Kelly riesce ad evitare di parlare di cosa odia, anche se forse nei suoi occhi qualcosa si legge, raccontando delle sue ultime vacanze a Nizza. Visto che si è toccato il fondo, a questo punto qualche giornalista amante della professione cerca di risollevare un po’ il tono e a salvare la situazione, ma ormai è tardi.

Riusciamo così a sapere che tra le nuove band i gallesi apprezzano i Plan B e i Two Door Cinema Club, che al festival cercheranno di vedere Queens Of The Stone Age e Massive Attack, ma anche che oggi ascoltano country rock e anche hip hop (sarà vero?). Io, punto nell’orgoglio patriottico, faccio anche una domanda sul video della loro Pick A Part That’s New, ispirato a The Italian Job, riuscendo a sapere che quel film e l’immaginario anni ’60 a cui è legato li affascinano molto, così come quello del cinema, a cui hanno dedicato più di un video (citando Easy Rider e Apocalypse Now).

Nel finale si ricade però nelle grinfie delle domande imbarazzanti, quando qualcuno chiede ai membri della band come si sono conosciuti: Kelly sfodera il meglio del suo arsenale comico e della sua immaginazione soprattutto per descrivere il suo incontro con il nuovo batterista Javier Weyler, raccontando di un’evasione da un carcere sudamericano e dell’enorme piacere provato dopo aver ritrovato la libertà, con una dovizia di particolari che fa quasi pensare che stia raccontando la verità. A me rimarrebbero altre domande, più che altro da fare ai colleghi francesi, ma preferisco evitare scontri diplomatici.

Fabio Pozzi
Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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