venerdì, Febbraio 23, 2024

Tindersticks – The something rain (Constellation, 2012)

Lungodegenti per una serie di colpi a vuoto intramezzati da qualche bagliore, dopo aver rarefatto l’aria praticona delle mode grunge di metà anni ’90 a suon di eleganti, sfarzose suite coccolate da una serie infinita di accordi minori e sovente magnificate con vigorosi crescendo di archi ed ottoni, tornano i Tindersticks. Pop adulterino e fedifrago che giammai ha ceduto il passo a smielati convenevoli sul tema della disperazione, dello sconforto e dell’amarezza di amori infranti, temi molto cari alle liriche della band, anche per questo spesso relegata nel limbo delle maestranze culto, a metà tra l’autocompiacimento ed il solipsismo più rigoroso. Eppure, sin dall’omonimo, strepitoso debutto nel ’93, Staples & soci hanno cercato di ostentare, non senza speciosa alterigia e beandosi di ciò come di un raro monile, questa appartenenza ad un certo humus di controtendenza affine all’appetito smodato di etichette illuminate, vagando tra indipendenti e non (This Way up, Beggars Banquet, 4AD, Islands) prima di arrivare all’attuale Constellation, stimata Cintura di Gould del panorama emergente. The Something Rain, frutto di una coralità efficace ed adeguata, riavvicina il loro songwriting all’innarivabile picco degli esordi, grazie anche al cameo del talentuoso folkman irlandese David Kitt (Frozen) ed al ritrovato contributo del bassista Dan McKinna (A night so still), in quelle che potrebbero essere rispettivamente sezioni prospettiche della sontuosità Arcade Fire e della perdizione Black Heart Procession. La struggente intro declamata Chocolate, che incanta come fece Breathe Deep dei Lambchop, e la successiva Show me Everything, efficacissimo uno-due iniziale a firma del tastierista Boulter, sono invece l’evidente dimostrazione di quante tinte scure servano per colorare il crooner nero di Staples (vero perno del progetto) avvolgendone, come potrebbe una sciarpa in pieno inverno, i suoi gutturali. La centralità di Staples si fa poi ancora più evidente nella scrittura di brani come Slippin’ shoes e Medicine che ne ripropongono una versione emulo di gran razza del Cohen più intimista, del Chris Isaak di Wicked game e dei Giant Sand di Howe Gelb, infallibile se corredata dai manicaretti Calexico di This Fire for Autumn e dall’eleganza soffice e cristallina The Clientele di Come inside. I Tindersticks, insomma, confermano l’appeal di un patrimonio compositivo tra i più ameni nel panorama pop, ribadendo quanto valga l’esatto contrario della regola che associa al numerico delle vendite un qualsiasi significato qualitativo. Ascoltare un loro disco è sempre un’esperienza incredibile, nel bene e nel male…The Something Rain, tutto bene!

Francesco Cipriano
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Francesco Cipriano classe 1975, suona da molto tempo e scrive di musica.

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