giovedì, Ottobre 1, 2020

Unknown Mortal Orchestra – II

Far suonare una decina di canzoni come dei demo dei Beatles non è così semplice come si può pensare, nonostante l’aiuto di software e apparecchiatura vintage. Gli Unknown Mortal Orchestra sembrano esserci riusciti (non chiediamo quale sia la ricetta, consapevoli che rimarrebbe nascosta come quella della Coca Cola), e non mollano l’osso, piazzando un rock suonato in modo semplice ma impresso su disco da Dio. Il termine lo-fi sembra andare stretto, perchè non sono i mezzi poveri che in qualche modo limitano l’azione del trio americano e neozelandese: probabilmente il demo di II è di una qualità eccelsa. In seguito compressioni e distorsioni riportano il disco indietro nel tempo agli anni ’60, pur consapevoli che le strutture melodiche non possono che appartenere al nostro tempo (lo stesso per il disco precedente, che prende il nome della band). Proprio nella precedente raccolta di inediti molti rimandi all’hip-hop (Jello and Juggernauts), al funk e all’R’n’B (How Can U Luv Me), al proto-punk (Nerve Damage) rende invani anche i tentativi dei Black Keys di celebrare sixties e seventies con il loro pop rock blues: gli UMO ci riescono meglio. Suonando più sporchi, oltre il limite della distorsione.
Tornando all’album in questione, l’evoluzione c’è: si sente nella maggiore presenza del basso, la chitarra suona pulita accordi che trafiggono come artigli e fanno sgorgare il caldo sangue dell’R’n’B (So Good At Being In Trouble). Questo disco si distoglie dall’essere associato a esperimenti vintage come quello dei Malachai, anzi, in One At A Time riecheggia Hendrix e le follie beatlesiane di Helter Skelter (alla batteria sembra esserci il buon vecchio Ringo Starr dritto dal giardino del polpo). Il compagno McCartney fa capolino nell’intro di The Opposite Of Afternoon, per poi passare a uno qualsiasi degli acidi gruppi della raccolta Nuggets. Si spinge l’acceleratore su No Need For A Leader, confermando che l’ispirazione viene dall’hard rock e dal blues, Monki potrebbe essere un medley dei Led Zeppelin. Dawn usa, come all’epoca, i synth per un’introduzione abbastanza casuale prima di proporre l’ormai conosciuto mix tra rock pieno di accordi (fruity si direbbe in terra d’Albione) e un funk involontario, quasi fosse la spina dorsale del gruppo. Tutto il disco è un piacere, ti permette di tornare indietro nel tempo pur con i piedi saldi nel 2013. E dal vivo, non peccano di infedeltà, guardate a questo poposito il live @Paradiso registrato il 7 febbraio 2013 che agevoliamo nel box info della recensione.

Elia Billero
Elia Billero
Elia Billero vive vicino Pisa, è laureato in Scienze Politiche (indirizzo Comunicazione Media e Giornalismo), scrive di dischi e concerti per Indie-eye e gestisce altri siti.

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