sabato, Settembre 26, 2020

Zola Jesus – Conatus (Souterrain Transmissions, 2011)

Non si vive di solo drone. Nika Roza Danilova ha preso una decisione a riguardo e non pare intenzionata a tornare indietro. Reginetta dark-wave di ultimissima generazione, lo scorso anno con Stridulum II rimetteva ordine nello scompiglio di EP usciti a poca distanza tra loro portando alla luce (se di luce si può parlare) un ottimo album che al sound ipercorrosivo dei suoi primi esperimenti preferiva una veste più morbida e nitida. Conatus arriva come un’ulteriore dichiarazione d’intenti, proseguendo il tentativo di coniugare un immaginario post-apocalittico, costruito su un nichilismo e una decadenza in odor di filosofia (di cui la nostra è stata studentessa a tempo parziale, va ricordato), con una ritrovata fruibilità electro-pop dal risvolto modaiolo, a dire il vero piuttosto singolare nel panorama attuale. Questo disco farà infatti la gioia di chi era già abituato a uscire da Rough Trade con lo spettro di un disco di Zola Jesus nella propria tote bag, con cui amava piroettare nella propria cameretta nei momenti di profonda disillusione e avvicinerà alla nostra molti neofiti che dei suoi primi dischi avrebbero faticato a capirci un’acca. La voce di Nika conduce le danze come sempre in prima linea, amministrando gli animi con il piglio deciso di una profetessa dello spleen. C’è meno il disperato tentativo di smantellare il suo training vocale nel campo dell’opera con soluzioni inattese e più una performance uniforme, quasi assertiva, cui musicalmente i brani sembrano asservirsi. Eppure Conatus, con i suoi buoni propositi di trattare i nostri timpani con quel tocco di gentilezza in più (riascoltare alcuni brani di The Spoils fa quasi impressione), non lascia cicatrici, per usare un’immagine cara alla collega EMA, con cui da poco è entrata in sintonia, finisce per scorrere d’un fiato facendo risaltare sì alcuni ottimi picchi, ma smaterializzando quell’aura di mistero inscalfibile che tanto lasciava ben sperare. Due picchi sono senza dubbio Avalanche, meno scarna che in Daytrotter Session e Vessel, tutta tesa a costruire un’occlusione claustrofobica di beats e riverberi che trova un ottimo sfogo liberatorio laddove il pop viene preso a schiaffi dall’industrial. Conatus è anche un disco di archi, più atmosferici che portatori di cattive novelle (Hikikomori, In Your Nature), o funzionali a una malinconia vaga, addomesticata, come nel finale della iperprodotta Ixode, in cui stemperano il ritmo disco come Hyperballad quindici anni fa. Ben giocata la ritualità delle molteplici voci di Seekir, mentre la piccola perla pop Lick The Palm of The Burning Handshake in mano a Florence Welch (reginetta della joie de vivre, lei) avrebbe trovato un cuore pulsante. Il piano dell’esile Skin recupera l’essenziale, ma senza abrasioni, mostrando un lato del progetto Zola Jesus tutto sommato ancora poco esplorato, ma decisamente fruttifero (la Lightsick di Stridulum). Se Conatus non rende piena giustizia alle ambizioni di Nika, va anche ricordato che stiamo sempre parlando di un esserino classe 1989. C’è tempo per decostruire.

Giuseppe Zevolli
Giuseppe Zevolli
Nato a Bergamo, Giuseppe si trasferisce a Roma, dove inizia a scrivere di musica per Indie-Eye. Vive a Londra dove si divide tra giornalismo ed accademia.

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