lunedì, Gennaio 18, 2021

The Jim Jones Revue – Burning Your House Down (Pias, 2010)

La Jim Jones Revue è una delle cose più incredibili capitate alla musica in questi ultimi anni. L’ex cantante dei Thee Hypnotics e la sua banda di disperati sono infatti riusciti a rivitalizzare la più nobile delle arti musicali, quella che risponde al nome di rock and roll. Come hanno fatto? Scrivendo pezzi a base di sangue e sudore, che parlano direttamente alla pancia, che fanno muovere il culo, il tutto sparato a volumi altissimi nei nostri padiglioni auricolari, come se Jerry Lee Lewis o Little Richard si fossero uniti ad un party a base di alcol e anfetamine con Iggy Pop, Johnny Thunders e i Sonics.
Perché alla fine il segreto è questo: portare fino all’estremo l’animalità che è già insita naturalmente nel concetto stesso di rock and roll, un compito che è riuscito a pochissimi negli ultimi 50 anni e che a Jim Jones e compagni riesce perfettamente. Il loro primo disco omonimo era una vera e propria bomba che deflagrava nelle orecchie dell’ascoltatore, un assalto sonoro malato, carico di distorsioni e fuzz, uscito per una piccola etichetta, la Punk Rock Blues Records (nome che dice già tutto). Con il nuovo Burning Your House Down gli inglesi passano alla Pias e si avvalgono di una produzione più pulita (affidata a Jim Sclavunos di Bad Seeds e Grinderman), ma i watt e lo spirito sono gli stessi e quindi anche i risultati.
I 32 minuti del disco volano via in un attimo, a colpi di piano e chitarre indiavolate, senza un solo istante di respiro dall’inizio alla fine, in undici brani clamorosi, che sono esplosioni capaci di abbattere ogni resistenza. Già l’attacco è da KO: nei due minuti di Dishonest John possiamo trovare un piano alla Jerry Lee Lewis, un assolo di chitarra che sembra Chuck Berry rifatto da Ron Asheton, un cantato ubriaco ed aggressivo e un ritmo che non lascia prigionieri. Il resto non è da meno: per esempio High Horse parte dal rockabilly più classico (Blue Suede Shoes sempre sullo sfondo) e viaggia come un treno inarrestabile verso il punk, sorpassando a destra gli Stray Cats per infilarsi dritto dentro alla follia; Premeditated è un pezzo anni Cinquanta rivisto in ottica garage 60s e al tempo stesso moderna, con piano e chitarra che sparano all’impazzata sulla folla; la title track è un blues immerso in fumi d’alcool, una canzone davvero clamorosa, tra Stooges e Tom Waits. Poi arrivano altre cannonate, da Elemental, già uscita come singolo l’anno scorso, col suo piano percussivo e una chitarra carichissima, a Killin’ Spree, con qualche passaggio crampsiano prima di un finale inarrestabile, da Righteous Wrong, quella che per la Jim Jones Revue potrebbe essere una ballata, cioè un blues veloce, distorto e alcolico cantato come Screamin’ Jay Hawkins, alla conclusiva Stop The People, meno di due minuti da ballare come ossessi.
Il rock and roll esiste ancora, Jim Jones sa dove andarlo a prendere e come svelarlo al resto del mondo. Il consiglio è: seguitelo, non ve ne pentirete.

Fabio Pozzi
Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.

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