sabato, Novembre 26, 2022

Cuore e Anima – Ian Curtis e i Joy Division # 4 – Still

Speciale in 4 parti dedicato a Ian Curtis e i Joy Division; la cronologia dell’intero speciale si consulta da questa parte

È trascorso poco più di un anno dalla morte di Curtis quando, nell’Agosto del 1981, viene pubblicato Still. La raccolta, che comprende inediti, out-takes, b-side e versioni live di molte composizioni note – perlopiù tratte dall’ultima esibizione del quartetto presso la Birmingham University – permette di apprezzare alcune gemme “minori” celate al pubblico fino a quel momento. L’operazione di recupero, tuttavia, non può certo definirsi esaustiva: tappe fondamentali nell’evoluzione del gruppo, come i singoli Transmission, Love Will Tear Us Apart o la splendida Atmosphere, vengono inspiegabilmente ignorate. Saranno radunate in seguito su Substance.

In Excercise One immagini di (stra)ordinaria alienazione scorrono in rapida sequenza su una ritmica schiacciasassi, mentre la chitarra fende lo spettro sonoro come un laser.
Ice Age dipinge un’epoca di crudeltà e decadenza morale al ritmo di un forsennato dark-punk. “L’amore per la vita ti rende euforico”, recita il ritornello di The sound of Music, sebbene l’andatura marziale del pezzo non sia certo in linea col tono dell’affermazione.
Glass – prima incisione del gruppo a nome Joy Division, apparsa insieme al brano Digital su una compilation della Factory risalente al 1978 – è un tenebroso punk-funk dove il basso distorto macina note nervose e la chitarra grattugia accordi metallici in levare.
Un arpeggio cristallino introduce le sognanti atmosfere di The Only Mistake, subito bilanciate dall’ austerità di They Walked in Line. Questa composizione analizza la fascinazione ipnotica cui devono il loro successo movimenti di massa quali il nazismo, argomento che da sempre ossessiona la fantasia di Curtis: “vestiti in uniformi eleganti, bevevano e uccidevano per passare il tempo/indossavano la vergogna dei propri crimini, con passi misurati camminavano in fila/tenevano foto delle loro mogli e targhette numerate per provare la loro identità/hanno attraversato l’intero sistema senza mai chiedersi niente,/in una trance ipnotica, non si sono mai resi conto”.
La Ballardiana The Kill, precede il tesissimo sinth-punk di Something must break.
Una batteria che vortica come le pale di un elicottero, un basso che traccia figure melodiche in evoluzione, sbarramenti metallici di chitarra e un titolo che sembra giungere direttamente dalle gelide steppe russe: Dead Souls, tra le composizioni maggiormente note del quartetto, accumula tensione fino a livelli intollerabili, per poi liberarla con conseguenze esplosive durante l’incendiario ritornello.
Una lunga e non particolarmente entusiasmante versione dal vivo di Sister Ray, il classico dei Velvet Underground, chiude la prima facciata dell’album.

La seconda, interamente live, si apre sulle note dell’angelica Ceremony, ultimo brano composto dal gruppo col cantante ancora in vita. Morris partorisce una figura ritmica capace di sospendere la melodia a mezz’aria e, al contempo, proiettarla prepotentemente in avanti. Curtis canta con un’ intensità fuori dal comune, il tono epico della sua voce apre spiragli di luce su quello che sarebbe potuto essere. Sfortunatamente i quattro non faranno mai in tempo ad incidere su vinile una versione del pezzo – che verrà invece pubblicato come primo singolo dei New Order – il che rende ancora più irritante l’ inaccurato missaggio del tecnico, a causa del quale la voce del frontman è praticamente inaudibile per metà del tempo. Shadowplay, pesante ed aggressiva, manca della profondità di cui gode la versione in studio ma compensa con una buona dose di distorsione.
A means to an end vede una batteria vorticosa supportare le acide evoluzioni della chitarra, mentre il canto di Curtis si spegne in un rantolo.
Passover e New Dawn Fades scorrono rapide prima del cavallo di battaglia Transmission.
Il basso distorto di Hook ripete le stesse due note fino all’ossessione, Morris si esibisce in uno splendido lavoro di charleston, la chitarra lancinante di Sumner sottolinea i passaggi del testo: “nessun linguaggio, abbiamo bisogno solo del suono per sincronizzare l’amore con il ritmo dello spettacolo e ballare, ballare, ballare al suono della radio”.
Disorder è velocissima, un pugno nello stomaco.
Isolation viene riproposta in una versione “industriale” molto cadenzata, forse persino migliore dell’originale; peccato per un missaggio sballato che vede il synth totalmente preponderante. Decades, leggermente impacciata, precede la chiusura del concerto, affidata ad una anfetaminica Digital. Basso a singhiozzi stile Buzzcocks, chitarra graffiante, andatura robotica e nervosa. “La sento avvicinarsi/è la paura di colui che chiamo/ogni giorno, senza tregua/ogni giorno, senza tregua/ogni giorno, senza tregua…

Federico Fragasso
Federico Fragasso
Federico Fragasso è giornalista free-lance, non-musicista, ascoltatore, spettatore, stratega obliquo, esegeta del rumore bianco

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