lunedì, Settembre 28, 2020

Liars: s/t

liars_cover.jpgI Liars si riavvicinano alla forma canzone. Questa effettivamente potrebbe essere la prima considerazione. Le news precedenti alla pubblicazione di questo nuovo e omonimo quarto album parlavano addirittura di Liars in formato pop, ma qui anche l’etichetta “rock” sarebbe fuorviante. Probabilmente ci avviciniamo di più al loro suono parlando di post-punk, genere a cui per altro i Liars dichiararono il loro amore già a partire dall’album d’esordio. Ma, a ben vedere, se pure da una parte troviamo un vero e proprio tributo ai Joy Division in un brano come “What Would They Know” e il fantasma dei Pere Ubu aleggi in più parti dell’album, che dire invece di una canzone come “Freak Out” così vicina a Jesus & Mary Chain, oppure di “Cycle Time” che evoca l’epos dei Jane’s Addiction e la pesantezza dei Black Sabbath al tempo stesso? “Pure Unevil” è velvettiana e shoegazing mentre in “Clear Island” sembra di sentire una versione rallentata, compressa e narcotizzata degli Oneida (band con cui già hanno condiviso un indimenticato ep). Sarà anche un tributo alla propria discografia… “Liars” colpisce nel segno. In realtà non c’è nessun ritorno ad una presunta origine in questo nuovo album: la band di Angus Andrew si presenta invece ancora una volta in veste totalmente rinnovata ma fedele alla propria identità. Registrate tra Berlino e Los Angeles, se nei solchi di queste undici canzoni si respira aria di post-punk non è solo in virtù del suono o della grande libertà espressiva da sempre tratto distintivo dei dischi dei Liars, ciò che fa la differenza è la capacità di avere un approccio critico e intellettuale verso la “tradizione rock” mantenendo al contempo un suono e un’espressività sanguigna e viscerale. In questo oggi i Liars restano probabilmente un caso unico o comunque il più credibile. Rallegra l’idea che a pubblicarli sia proprio la Mute, tornata per una volta agli antichi fasti. Grandi.

Gigi Mutarelli
Gigi Mutarelli
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