Nana Bang! – In a Nutshell: la recensione

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Era il 2013 quando il duo Fusari-Mondini presentava il primo album sotto l’egida di Nana Bang!. Affatto nuovi nel panorama musicale, i due hanno all’attivo un conosciuto passato per avere militato in quel dei Gurubanana, cui si aggiungono le molteplici collaborazioni di Mondini con Ettore Giuradei, Meteor e LPETZ.

Preannunciato da un EP uscito all’inizio dell’anno dal titolo Space is a Cake, i Nana Bang! tornano a far parlare di sé con In a Nutshell, dieci tracce che attestano che la macchina messa in moto l’anno precedente non si è inceppata, ma prosegue il proprio viaggio lungo le autostrade che si diramano dai campi intrisi di blues, sostando qua e là per dare passaggi psichedelici e per puntare infine verso il centro caldo del rock classico.

Nel viaggio di poco più di trenta minuti si incontra un po’ di tutto questo; c’è l’apertura quasi gospel da cori a cappella e battimani potente (Irony Is a Dead Scene), l’avvitamento psichedelico e lisergico (Quarantined) seguito dal blaterale assorto del tamburo invasato e tribale (Yesman). Richiami ai suoni sixties che compaiono come una filigrana e tuttavia lasciano spazio anche alle influenze più tardive, legate alt-rock di fine anni ’90, come nel caso dell’incedere malinconico alla Sparklehorse di Sometimes. Giusto un’armonica a bocca su When The Night Falls fa capolino sul finire dell’album e riporta in campo un garbato richiamo al folk made in USA.

Avvolti dal manto casalingo dell’attitudine lo-fi, Nana Bang! non hanno rinunciato completamente allo stile francamente spartano che aveva connotato il primo disco, nonostante In a Nutshell dimostri maggiore cura al dettaglio come del resto alle collaborazioni che impreziosiscono alcuni passaggi dell’album (Andrea Rovacchi, già Julie’s Haircut, all’organo su Another Boy e When The Night Falls). L’uscita dell’album, prevista per fine ottobre, verrà anticipata dal singolo Quarantined, un piccolo assaggio di un album che riesce a sorprendere ad ogni ascolto.

Giulia Bertuzzi
Giulia Bertuzzi
Giulia vede la luce (al neon) tra le corsie dell'ospedale di Brescia. Studia in città nebbiose, cambia case, letti e comuni. Si laurea, diventa giornalista pubblicista. Da sempre macina chilometri per i concerti e guadagna spesso la prima fila.

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