Paolo Spaccamonti – Rumors: la recensione

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Chitarrista di lungo corso e dalle mille collaborazioni, Stefano Pilia e Mombu tra gli altri, Paolo Spaccamonti si è fatto apprezzare nella sua carriera solista, sin dai tempi del bell’esordio Undici pezzi facili, fino all’ultimo episodio, Rumors, nel quale l’autore sceglie di apparire decisamente più “compositore” e meno “strumentista”.

Sebbene sia inevitabile protagonista del contesto sonoro, la sua chitarra non vampirizza mai l’architettura complessiva del disco: ora riprodotta in loop, ora capace di distendersi in (composti) assoli, ora usata come semplice drone (i “rumors” di sottofondo che caratterizzerebbero l’esistenza umana), la sei corde di Spaccamonti riveste, saggiamente, il ruolo di “strumento”/“mezzo” e non di “fine” nei dodici brani che compongono l’album.

Avvalendosi di un linguaggio che coniuga abilmente fruibilità e sperimentazione e di una tavolozza sonora prevalentemente elettrica, con qualche sprazzo elettronico qua e là, Rumors è pervaso da una severa austerità, tesa ad esprimere, riprendendo le parole dell’autore stesso, “l’assenza e la disperazione, la malattia e il dubbio”. Non ci si faccia ingannare, però, da tale apparente assenza di “vivacità” del disco, da riscontrarsi esclusivamente sotto il profilo del mood generale. In due parole, non è certamente un disco allegro, ma tutt’altro che piatto o monocorde.

Infatti, pur partendo da un impianto di matrice riduttivamente identificabile come post-rock, evidente nel piano ribattuto e negli echi di Godspeed You! Black Emperor dell’affascinante title-track come anche nei fraseggi arabeggianti della sinuosa Bonnie & Bonnie e nelle riproposizioni à la Calexico di Giorni contati, Spaccamonti padroneggia in egual misura ondeggiamenti new wave (Dead Set), strappate doom (Croci / Fiamme, in cui si fa affiancare dalla tonante batteria di Bruno Dorella, Il delinquente va decapitato) e segmenti di raccordo quasi ambient (Seguiamo le api, il “quadretto” più riuscito), tenendo l’ascoltatore sempre sul vivo in un’atmosfera cupa e notturna, nella quale trova spazio anche un episodio di struggente romanticismo (Io ti aspetto), cesellato dal violoncello di Julia Kent. Non una voce in tutto il disco. Mastering di Teho Teardo. Da confrontare con il lavoro di un altro bravissimo chitarrista nostrano, Trees of Mint, recensito qui su Indie-Eye: interessante ravvisare un’inaspettata affinità di fondo tra i due, specularmente opposti sia nella tecnica strumentale che nell’approccio compositivo.

Francesco D'Elia
Francesco D'Elia
Francesco D'Elia nasce a Firenze nel 1982. Cresce a pane e violino, si lancia negli studi compositivi e scopre che esiste anche altra musica. Difficile separarsene, tant'è che si mette a suonare pure lui.

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