venerdì, Agosto 14, 2020
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Zeus! – Motomonotono: la recensione

Luca Cavina e Paolo Mongardi, con ogni probabilità, la migliore sezione ritmica italiana, dalla longeva militanza in mille altri progetti (Calibro 35 e Incident on South Street l’uno, Fuzz Orchestra e Le luci della centrale elettrica l’altro, tanto per dire), compiono cinque anni di attività nella loro formazione a due che, però, rappresenta tutt’altro che un semplice sfogo muscolare o un progetto di ripiego; al contrario, la loro ecletticità e versatilità, nonché l’invidiabile e ben nota tecnica individuale, trovano proprio negli Zeus! una perfetta simbiosi, che rende la band uno dei progetti più convincenti del panorama indipendente italiano. Già lanciati dal precedente Opera, affinano le loro armi e compiono il passo decisivo con l’ultimo lavoro, Motomonotono.

I due hanno, innanzi tutto, il grande merito di rendere personale un genere (power duo basso-batteria con forti influenze metal, grind, post-hardcore e tutto il territorio circostante) di per sé familiare anche ai non appassionati, tanto da rischiare di risultare addirittura abusato in taluni casi, soprattutto dall’esplosione degli Zu in poi. Come si diceva, non è il caso degli Zeus, che, anche per scongiurare questo rischio, sfoderano una bella dose di ironia che conferisce il necessario distacco a tutta l’operazione.

Motomonotono, gran presa per i fondelli sin dal titolo e dalla evocativa copertina, frulla in modo sfrenato, ma non sconsiderato, assalti ritmici marziali (Forza Bruta Ram Attack), andamenti zoppicanti da rigurgiti nello sterno (Rococock Fight), degenerati berci da far invidia a qualsiasi cantante screamo accompagnati a sfuriate in controtempo (Colon Hell), tenendo fede a poche, precise parole d’ordine: sincopi, tempi dispari, cromatismi, dissonanze, loudness esasperata.

La voluta distanza da pretese “artistiche” o “concettuali”, circostanza evidente anche dagli strampalati titoli dei brani, permette, dunque, al duo di gettare in campo il proprio mirabolante campionario tecnico, eccezionale per simbiosi e compattezza d’insieme, nel quale convivono storture ritmiche, cambi e stop and go violentissimi, riff di basso ostentatamente antimelodici: in pratica, musica seriale suonata sotto metanfetamine. Mai meramente esibizionisti o autocompiaciuti, Cavina ha dalla sua un suono unico in Italia, arricchito da distorsioni e octaver come se piovesse, e Mongardi viaggia (apparentemente) senza freni, esibendo uno stile forsennato che è l’esatto contraltare del suo incedere marziale che caratterizza la sua Fuzz Orchestra, entrambi assistiti dall’ottimo Carlo Zollo in regia, autore di un mix “filologico” a metà tra Shellac e Fugazi (bassi giganti e rullante “piccolo”). Più matura anche la strutturazione complessiva dell’album, in cui giocano un ruolo non secondario un paradossale omaggio a Steve Reich (Panta Reich) e un’inedita chiusura dark-ambient (Phase Terminale), a sancire il de profundis definitivo.

Talmente bravi dal vivo che non avrebbero bisogno nemmeno di pubblicare dischi (ma non è un problema nuovo in un mercato che troppe volte riduce le uscite discografiche a mero pretesto per girare in tour), gli Zeus confermano che il background da metallari spesso si rivela vincente, in barba a chi lo considera ancora un “sottogenere”. Ma anche questo luogo comune, per fortuna, sembra in procinto di dissolversi.

 

 

Francesco D'Elia
Francesco D'Elia
Francesco D'Elia nasce a Firenze nel 1982. Cresce a pane e violino, si lancia negli studi compositivi e scopre che esiste anche altra musica. Difficile separarsene, tant'è che si mette a suonare pure lui.

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