Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Giacomo Pallaver è un piccolo eroe della cultura digitale. Con buona pace dell'emerito prof. Ferrarotti non è un informatissimo idiota, ma ha usato i dispositivi di condivisione di massa (cellulare e computer, principalmente) per elaborare una musica personale e urgente, in quattro anni di solitario lavoro. Il suo progetto, chiamato Light Whales, è di scena alle ultime semifinali del Rock Contest di Controradio, il 2 dicembre presso il Glue Alternative Concept Space. Lo abbiamo intervistato per voi 

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Giacomo Pallaver è un piccolo eroe dell’era digitale. Chissà cosa ne direbbe Franco Ferrarotti, autore di volumi ferocissimi come “Un popolo di frenetici informatissimi idioti“, perché se per l’emerito sociologo, in una versione scatenata del pensiero di Bauman, “non c’è più nulla da comunicare” nella società tenuta insieme dalla comunicazione, il principale responsabile del progetto Light Whales si è servito dei dispositivi legati alla cultura “social” per un esperimento degno di un alchimista solitario.
Quattro anni chiuso in camera in controtendenza con le attuali frenesie, l’hanno spinto a forzare l’utilizzo del cellulare, di un computer e di un microfono per comprenderne tutte le possibilità sonore.

Il risultato è un album sulla lunga distanza, che mette insieme urgenza punk, intimismo folk e i suoni della micromusic, intitolato in modo programmaticamente chiaro “Feel Alone with the Science“, quasi a ricordare l’accecamento scientifico che preconizzava Thomas Dolby con il suo seminale The Golden Age of Wireless (1982).

E senza temere paragoni ingombranti, Pallaver condivide con Dolby l’autarchia e la passione per i dispositivi tanto da andarsi a trovare tre compari solo per superare l’ostacolo del palco. Dal vivo si fa infatti accompagnare da Andrea Garofalo degli Alchimia, Matteo Tomaselli dei Bob and the Apple e Sebastiano Cecchini degli Humus; ed ecco che i Light Whales diventano una band.

I Light Whales sono tra le 30 band selezionate dal Rock Contest Fiorentino su più di 700 richieste pervenute. Dopo aver vinto le eliminatorie, saranno in semifinale il prossimo 2 dicembre presso il Glue Alternative Concept Space insieme a Sinedades, Manitoba, Kick_, Handshake e Soundsick.

Non potevamo lasciarceli sfuggire e li abbiamo intervistati

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Partiamo da una domanda molto generica. Cosa ti affascina della bassa definizione, del Lo-Fi e di tutto quello che è legato all’utilizzo di mezzi poveri?

Giacomo Pallaver: Ci sono un paio di motivi che mi vengono in mente. Uno è semi freudiano, legato al fatto che dai 10 anni in poi ho sempre usato il computer per creare suoni, con mezzi e software molto poveri, per esempio iniziando con registratore di suoni di windows xp con il microfono da call center mixato con un software a 4 tracce che aveva solo qualche bottone, i mitici suoni “midi” di guitarpro, le tastiere della casio che registravo con il microfono della macchina fotografica usando un metronomo mandato dall’ipod.
Il secondo credo sia stato il rendermi conto che questi suoni sono molto potenti perché sconosciuti. Il sentire che a queste tecnologie non pensate per la musica professionale, da studio, mainstream, appartiene un universo musicale che ha una potenzialità enorme ma ha bisogno di più pazienza e attenzione. Mi piace molto il momento di ricerca di un suono davanti a qualunque strumento, che sia un pianoforte, un amplificatore, il software di un computer o di un telefono.

Raccontaci la storia produttiva del primo album a nome Light Whales uscito lo scorso settembre e intitolato “Feel Alone With The Science”….

GP: “Feel Alone with the Science è stato registrato in casa utilizzando un laptop, un paio di microfoni, un cellulare, internet e qualche strumento”. Nel retro copertina ho scritto così. Ci ho messo 4 anni a mettere insieme questo disco e questa frase mi sembrava la più esauriente possibile, perché raccontarlo sarebbe proprio difficile. L’idea iniziale è una sfida: riuscire a creare un album fatto in casa, da solo, utilizzando mezzi “poveri”, che avesse una sua atmosfera particolare senza perdere qualità del suono, che potesse sembrare un album “vero, ufficiale, uscito da uno studio”.
Questo disco è il sogno di un ragazzino che stava in camera a smanettare con il suo computer e i suoi 512 mb di ram che sperava che un giorno avrebbe messo tutto insieme, che avrebbe potuto dare un senso a tutti quei suoni incasinati. Non avevo mai creduto abbastanza a quella sfida fino a quando ho incontrato un professore a Milano, Diego Ronzio, che mi ha dato una spinta, mi ha regalato un microfono (un buon vecchio sm57) e mi ha convinto a comprarmi un signor computer e una scheda audio e mettermi a fare quello che avevo in testa.

Light Whales foto Sunstudio.it

Light Whales foto Sunstudio.it

I pezzi dell’album come sono nati?

GP: I pezzi sono nati tutti davanti al cellulare, in viaggio, sul letto, in bagno, sull’autobus. Cominciando da una registrazione di chitarra, piano o una semplice voce o dalla partitura di un sequencer (Pixitracker). Uno spunto non solo armonico ma anche puramente sonoro. Un punto di partenza quasi obbligato su cui si fonda la composizione-registrazione, parte dello stesso processo.
L’inizio di Hold Me Back into Your Arms è un riff di chitarra registrato con un cellulare in una baita (un riff che ho provato a ri-registrare ma quella pasta e quel riverbero erano praticamente impossibili da ricostruire) che è diventato il loop su cui è costruito tutto il pezzo.
Il gingle di Panic Song è una sequenza in 8-bit fatta con il cellulare per cantarci sopra delle cavolate insieme ad un amico. I “pom-pom” in coro all’inizio di The Cave sono nati in un bagno che aveva un acustica tutta sua, registrati con un registratore a 4 tracce sul telefono. Da questi inizi poi passo al computer e li comincia l’universo delle possibilità, chitarre, piano, synth…dato il dogma di non accontentarsi mai, una canzone diventa un’esplorazione che può durare qualche giorno (come Enemy Toes e Looking Through the Sound of Love) o qualche anno.

E l’artwork come è stato realizzato?

GP: La copertina del disco richiama una vecchia illustrazione. Gli indiani d’america si portano dietro una filosofia che mi affascina molto e credo che così come è uscito nella copertina quell’indiano abbia molto da dire anche al giorno d’oggi, in mezzo all’elettricità.

L'artwork

L’artwork

Come distribuite la vostra musica?

GP: La distribuzione di questa musica è avvenuta in modo molto standard: le piattaforme digitali, le copie fisiche ai live, qualche web radio. Avevo un’idea matta ma la terrò per il prossimo disco, ci voleva troppo tempo.

Ecco, un processo importante quello che abbiamo analizzato sin qui. Importante perché serve a raccontare cosa accade e come ci si muove anche fuori e dentro il recinto delle etichette indipendenti; le etichette hanno ancora un valore?

GP: le etichette indipendenti possono dare una mano in questo oceano, ma all’inizio si è soli e bisogna gettare l’amo come tutti. Oramai la distribuzione sta più nell’idea di sapere come vendersi, come apparire, come risaltare e quella è una parte che spetta all’artista. Il nostro concittadino Pop_x ne sa qualcosa..

Nella vostra musica entrano moltissime cose sotto il comun denominatore dell’immediatezza. Folk, garage, punk, pop e se non abbiamo sentito male anche l’elettronica a 8 bit, la cosidetta micromusic di cui nessuno parla più. Cosa accomuna dal vostro punto di vista tutti questi aspetti e generi?

GP: Il mezzo. L’unico limite che non mi pongo è la sonorità. Difficile che in un gruppo garage si utilizzi il pianoforte pulito, come è difficile che in un ritornello di un pezzo folk si utilizzi il crash della batteria. Il genere è una gabbia che aiuta parecchio e sta più nell’idea di band, dei musicisti che hanno il “limite” del loro strumento. Dave Grohl suona la chitarra attaccata a un ampli valvolare, punto. Rock. Yeah. A noi piace fare un po’ di tutto, anche perché non sono bravo come lui.

Povertà di mezzi non significa povertà di idee e soprattutto povertà timbrica. Siete d’accordo se vi diciamo che il vostro è un disco molto stratificato? Vogliamo anche sapere cosa ne pensate

GP: Credo che come nella domanda precedente qui si parla di sonorità. Sicuramente la parola stratificato può descrivere la nostra roba! I mezzi poveri non hanno chiarezza, dinamica e potenza da vendere (come invece ha il buon chitarrone del povero Dave Grohl che tiro sempre in mezzo) ma sicuramente hanno infinite possibilità timbriche. Con i software di un Ipad ormai ci fai qualunque cosa, i Gorillaz ci hanno fatto un album.

Potendo usufruire di un megastudio per ottenere suoni e post produzione perfetta, abbandonereste la bassa definizione, oppure questa è un’estetica, un punto di vista, una scelta di vita, quindi irrinunciabile?

GP: Non è irrinunciabile. Direi che un paio di pezzi così potrei anche pensare di farli. Ma un disco intero la vedo dura (a meno che non ci sia qualche mostro tipo Brian Eno o Nigel Godrich in studio con noi….).

A proposito di estetica, parlateci un po’ del video di Panic Song. Found footage selvaggio. Come lo avete realizzato e chi lo ha realizzato? Ci ha colpito il ritmo, la scelta dei frammenti e la scelta di non “quadrare l’immagine” di non cropparla e di lasciare tutto nel formato originario, puntando al ritmo interno dell’immagine…..

GP: Le GIFs ci piacciono un sacco, a proposito di bassa qualità. Ne trafficavamo così tante che mi sembrava da pazzi non mischiarle tutte e farne un bel video musicale. Quando ho avuto quest’idea ne ho raccolte un centinaio in un mesetto, cercandole o vedendole per caso in rete. Le più belle, molte che c’entrano con il testo e le più ritmiche sono finite nel calderone. Il montaggio mi ha reso subito visibile che era inutile cropparle, comunicano l’una con l’altra, sono dello stesso mondo.

Panic Song, il video ufficiale

Dal vivo rendete questi suoni sempre in duo oppure il sound live cambia radicalmente la vostra musica?

GP: Alcuni pezzi sono talmente studiati che non ci si può mettere troppo la mano. Ma la maggior parte hanno vita propria dal vivo. Ognuno ci mette il suo e li ri-arrangiamo per adattarli, considerando che siamo in 4 e non 10 ma anche cercando di pensarli in base alle frequenze e all’impatto più adatti all’esperienza live.

Cosa ne pensate del Rock Contest di Controradio che nel 2016 ha ancora il coraggio di sfidare il grande anestetico culturale dei talent?

Light Whales: Siamo sorpresi! Abbiamo visto e sentito grandi cose provenienti da tutta Italia. Un bellissimo modo per entrare in contatto con altri musicisti e con band nuove, originali e che fanno sperare in una scena musicale italiana con un po’ di carattere. Un’organizzazione invidiabile

Progetti per il futuro?

Light Whales: Questo progetto è appena nato e si sta già evolvendo. Intravedo nuova musica non molto lontano.
Intanto suoneremo in giro per l’Italia e qua e là in Europa.

Feel alone with science su spotify

 

Michele Faggi

Michele Faggi

Michele Faggi è un videomaker e un Giornalista iscritto all'Ordine dei Giornalisti della Toscana. Si occupa da anni di formazione e content management. È un esperto di storia del videoclip ed è un critico cinematografico regolarmente iscritto al SNCCI. Scrive anche di musica e colonne sonore. Ha pubblicato volumi su cinema e new media.