Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Simone Buttazzi commenta e analizza il libro di Thomas J. Seabrook sulla Trilogia Berlinese di David Bowie, recentemente pubblicato da Arcana. 

Di

Parlare di David Bowie in indie-eye è un po’ come parlare del cristo in chiesa, o del caro leader a Pyongyang. Aleggia, impregna l’aria, hai sempre l’impressione che ti scruti. E ogni tanto ti viene da chinare il capo. È a capo chino, quindi, che mi accingo a scrivere due parole sul primo libro di Thomas J. Seabrook. Si tratta di un gran bel libro. E parla di Lui, dall’inizio alla fine, con cognizione di causa e informazioni come se piovesse. Il saggio è suddiviso in tre parti, inframmezzate da analisi track by track dei principali album trattati e da un inserto fotografico in bianco e nero. Da leccarsi le dita la ricca sezione appendici, con fior di note, discografia selezionata, le date dei tour 1977-1978 e una bibliografia magniloquente. Non manca un breve tour della “Berlino di Bowie” ricavato da un articolo del «Guardian» pubblicato nel 2008. Bowie in Berlin. A New Career in a New Town è un tomo corposo e ragionato, da infilare in libreria accanto a un altro tomo imprescindibile sempre edito da Arcana: The Complete Bowie (2005). A dispetto del titolo, sorprende l’ampio raggio della disamina di Seabrook. Il focus è sì il famigerato periodo berlinese (grossomodo fine 1976 – primavera 1978), ma nel corso del testo l’autore cita tutti gli altri album di Bowie e narra, passo passo, i momenti cruciali della sua vita. Non abbiamo a mano il solito libretto che si straccia le vesti per il glam. Anzi, Seabrook prende le distanze dalle derive teatrali di Ziggy, e quando affronta il periodo più recente arriva a citare l’incisione del (mai pubblicato) Toy, nel 2000. Questo libro è per bowiani ululanti.

All’autore non interessa limitarsi a raccontare come è nato un disco per poi elencarne le tracce con qualche aneddoto a latere. Fa anche questo, ma quello che fa, e bene, è sdipanare la matassa gordiana degli anni Settanta del Sottile Duca Bianco. Un decennio in cui ha inciso tredici album per tacere di quelli prodotti per altri – sotto l’etichetta RCA, in cui era l’artista numero due. L’uno era quel che rimaneva di Elvis. Seabrook abbassa una carta biografica – si badi bene: non agiografica – e la gioca al meglio, da bravo giornalista musicale con le antenne dritte in testa. Bowie per primo non sarebbe in grado di raccontare meglio quegli anni, perché quando lasciò il Regno Unito per l’America il suo status permanente recitava: strafatto. David era un giovanotto britannico fuori dai coppi (a lad insane = Aladdin Sane…), una mosca nel latte, un cocainomane proiettato verso i 40 chili di peso. Uno che quando andava in televisione riusciva a malapena a rispondere a tono, e lasciava una scia d’imbarazzo.

La lavorazione dell’Uomo che cadde sulla Terra (1975) di Nicholas Roeg funse da momentanea terapia. Bowie ammirava Roeg e non vedeva l’ora di “portarsi” sullo schermo nel ruolo della sua vita. Avrebbe voluto anche comporre la colonna sonora, ma le cose andarono storto. Tracce della lavorazione del film si colgono nelle copertine dei suoi due album successivi, Station to Station (1976: una foto di scena) e Low (1977: un ritratto di profilo del cantante conciato come Newton). Va detto che uno degli strumentali di Low, Subterraneans, era stato ideato per la OST del film, e Bowie inviò poi una copia del disco a Roeg con il bigliettino “ecco cosa avrei voluto fare per la colonna bowiehaussonora”. Nel frattempo, il delirio del camaleonte non dava segni di miglioramento. Nel 1976 venne beccato a Victoria Station mentre salutava i fan col braccio teso à la nationalsocialiste, e a volte scambiava le groupie per streghe. Un incontro fatale fu quello con lo scrittore Christopher Isherwood, celebre “emigrato” anglofono nella Berlino tra Weimar e le prime svastiche trionfanti. Per intenderci, l’ispiratore di Cabaret (1972). Bowie decise di dare una chance alla città divisa dal muro, ed entro la fine dell’anno vi si fiondò in compagnia dell’amico Iggy Pop. Domicilio: Schöneberger Haupstraße 155.

Alla domanda perché Berlino, Bowie ebbe la delicatezza di non citare Goebbels – di cui leggeva avidamente i diari – bensì il rispettatissimo Günter Grass, che aveva descritto la città come il “centro di tutto quello che sta succedendo e succederà in Europa nei prossimi anni”. Il produttore Tony Visconti affermò più prosaicamente, ma non meno a ragione, che a Berlino, chiunque tu sia, non sei un cazzo. Sono passati trenta e passa anni da queste parole, venti dalla riunificazione e dieci dallo spostamento del governo tedesco nella capitale, ed entrambi gli aforismi sono ancora validi. Così come sarebbe valido, ancora oggi, citare Grass come il più rappresentativo autore tedesco vivente. Ironia del tempo che (non) passa.

theidiotOra è d’obbligo spendere qualche parola sul compagno berlinese di Bowie, l’Iguana. Non per il gusto della digressione, al contrario: Iggy svolse un ruolo centrale nella produzione di Bowie dell’epoca. Inoltre, condivideva con lui le giornate dall’alba al tramonto (o viceversa), dato che abitavano sotto lo stesso tetto. Questo “pauperismo” non è casuale. Iggy era in crisi nera e non pubblicava dai tempi di Raw Power (1973), il suo ultimo album “classico” con gli Stooges. David, dal canto suo, doveva ancora riprendersi dalla rescissione del contratto che lo legava al suo vecchio manager, un vampiro d’uomo che aveva preteso, come sine qua non, la metà dei compensi del cantante fino al 1982. Robba da matti! Per farla breve, un cocainomane come il Bowie di allora doveva stringere la cinghia, cosa che pesando 40 chiletti non era nemmeno un’impresa. Ma se Bowie era sull’orlo del collasso, assediato da istinti suicidali (Always Crashing in tha Same Car descrive proprio uno di quei momenti), Iggy era a dir poco schiavo del suo amico e mentore. I wanna be your stooge?

roquairolDavid era quanto mai deciso a lanciare la carriera solista di Iggy – come aveva fatto con Lou Reed – e la prima cosa che fece una volta messo piede negli studi Hansa di Berlino, fu mixare l’album The Idiot insieme a Tony Visconti. Alla luce di Low e “Heroes”, The Idiot è una sorta di prova generale. I testi sono quasi interamente di Bowie e fu lui a indicare la via all’amico, arrivando a concepire pure la copertina dell’album che scimmiotta il quadro Roquairol di Erich Heckel, artista del gruppo Die Brücke. Una delle ossessioni mitteleuropee di David, che di lì a poco avrebbe “reinterpretato” lo stesso quadro sulla cover di “Heroes”. Con Lust for Life, prodotto pochi mesi dopo, lo scagnozzo Iggy si sarebbe svincolato con tutte le sue forze dalle ingerenze dittatoriali di Bowie. Ma neanche 10 anni più tardi, il signor Pop incise un altro album “di David Bowie” in cui di fatto c’ha messo solo la voce, il nome e la faccia: Blah Blah Blah (1986). Un disco lontano anni luce dall’ispirazione degli album berlinesi, ma comunque migliore del Never Let Me Down licenziato da Bowie nel 1987. Un ultimo rilievo sull’accoppiata di Dum Dum Boys a zonzo per Berlino: quando finì il lavoro su Low, Bowie pubblicò subito l’album (gennaio 1977) ma si rifiutò di promuoverlo. In cambio, decise di fare da tastierista per il tour di Iggy che accompagnò l’uscita (ritardata… com’è ovvio) di The Idiot, tra i mesi di marzo e aprile 1977.

heroesNon voglio togliere il piacere della lettura del libro di Seabrook, che offre un tour completo dei mesi trascorsi da Bowie a Berlino Ovest, e del lavoro svolto. Bowie. La trilogia berlinese è una gioia per chiunque ami il buon vecchio David Robert Hayward-Jones coi capelli cremisi. C’è tutto: c’è l’atmosfera kosmische dei Kraftwerk di Radio-Activity (1975), c’è il duetto con Bing Crosby e quello con Marc Bolan (dopo i quali schiattarono entrambi), ci sono le Strategie oblique di Brian Eno (che dettarono legge e allegro scompiglio in sala di registrazione), c’è la lavorazione del catastrofico Gigolò (1978, di David Hemmings: finalmente Bowie poté recitare in un film in cui sventolano croci uncinate!) e pure l’esperienza di voce narrante per Pierino e il lupo. Inoltre, nell’ultimo capitolo l’autore traccia una panoramica pressoché esauriente delle influenze di album come Low e “Heroes”. Nella svolta matura dei Talk Talk, ad esempio, si può leggere un’analoga carica rivoluzionaria. E in tema di parti gemellari, che dire dei Radiohead e di Kid A / Amnesiac?

Durante il suo soggiorno lampo a Berlino, Bowie cominciò a uscire dal tunnel ed effettuò forse la più geniale delle sue metamorfosi. Un atto di camouflage sullo sfondo della città in cui viveva. Salvo poi dimenticarsi la doppia L in Neuköln, brano strumentale dedicato al più grande quartiere turco di Berlino. A omaggiare l’altro Bezirk in salsa Ankara ci penseranno trenta anni dopo i Bloc Party con Kreuzberg, mentre Rufus Wainwright, di stanza a Berlino tra il 2006 e il 2007, preferirà cantare l’agio alto-borghese di Tiergarten. “Periodo berlinese” è diventato sinonimo di bighellonaggio in cerca di ispirazione. A Bowie è andata bene. Nell’autunno dell’89 la sua “Helden” divenne la colonna sonora della caduta del muro, e ancora oggi c’è chi auspica un suo ritorno a Berlino. Ma forse dovremo accontentarci degli annunci-burla su Twitter…

bowie_twitterFinora non ho ancora citato il terzo capitolo della trilogia, Lodger (1979), il cui titolo di lavorazione era Planned Accidents. Seabrook tratta con una certa freddezza questo disco, e lo accusa di essere un mero esperimento concettuale. Del resto: 1) Fantastic Voyage e Boys Keep Swinging hanno la stessa struttura 2) Move on è, in pratica, All the Young Dudes suonata al contrario 3) Red Money, l’ultima traccia, è identica a Sister Midnight, la prima di The Idiot. Uno dei tanti gesti di “riappropriazione” del materiale uscito col nome di Iggy Pop. In realtà, suggerisce (ma non dice) Seabrook, parlare di trilogia berlinese è sbagliato. Lodger è stato realizzato altrove e vale piuttosto come un travelogue, un catalogo di alcuni luoghi visitati da Bowie come Nairobi o Tokyo. Berlino, mica tanto. Più che di trilogia berlinese bisognerebbe parlare di una “doppia coppia” d’album usciti nell’anno di grazia 1977: The IdiotLust for Life e Low“Heroes”. Dopodiché, nel 1978, Egli si riposò.

Bowie. La trilogia berlinese
Thomas Jerome Seabrook - Traduzione di Chiara Veltri

Pagine 320, Arcana, Roma, 2009. | Euro 18,50

 

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi

Simone Buttazzi è nato a Bologna nel 1976 e ora vive in Germania. Si è laureato con una tesi sull’immagine-pulsione di Gilles Deleuze e le sue occorrenze cinematografiche. Dal 2002 lavora in campo editoriale come traduttore (dall’inglese e dal tedesco), redattore e consulente. In rete, oltre che su Indie-eye Network scrive per numerose testate di Cinema e Letteratura.