giovedì, Ottobre 22, 2020

Anna Calvi – s/t: la recensione

Anna Calvi ha fatto centro. Pochi album di debutto riescono a creare attorno a sé un’attesa spasmodica e un clamore di stampa più o meno specializzata come questo self titled ha saputo fare in così poco tempo. Londinese di padre italiano, Calvi cresce in una famiglia di musicisti e tra le sue variegate influenze cita da una parte la musica classica di Messiaen, Ravel, e Debussy, dall’altra i chitarristi jazz Django Reinhardt e John McLaughlin, oltre a David Bowie, Nick Cave, Velvet Underground, Captain Beefheart e Roy Orbison. Questo “mostro”, come l’artista ha avuto modo di definire l’album, è il frutto di tre anni di gestazione ed è stato registrato tra Londra e il Black Box studio in Francia, con la produzione di Rob Ellis (noto collaboratore di PJ Harvey fin dai tempi del power trio e autore di un progetto proprio a nome Spleen).

Il disco è stato anticipato lo scorso Ottobre dall’uscita del singolo Jezebel, brano di Wayne Shanklin, portato alla fama tra gli altri da Edith Piaf, della cui resa Calvi ha mantenuto un inciso in francese, “C’etait toi!”, oltre che l’impeto passionale e travolgente, dando con questa cover, non inclusa nel disco, un assaggio della sua voce imponente e dello stile tonante delle sue composizioni.

Al singolo è seguito un tour di supporto con sir Cave e i suoi Grinderman, ulteriore occasione per mostrare a un pubblico habitué di grandi performance il forte impatto vocale sprigionato dalla sua elegante presenza sul palco, lo stesso che ha ammaliato dal vivo Brian Eno, diventato il suo mentore. Il disco, di fatto, non tradisce le aspettative. Fin dal primo ascolto emerge un profilo compatto dell’artista, una combinazione di elementi forti, distintivi, che puntano a uno stile personal-viscerale che non lascia indifferenti.

Si parte con l’intro strumentale Rider To The Sea, in cui è la chitarra di Anna a sbucare in primo piano, ricreando un’atmosfera quasi desert-rock che via via si scioglie in una fuga frenetica verso territori minacciosi. Con No More Words l’aria si tinge di passione amorosa, vero e proprio fil rouge del disco, addensata in una “cospirazione” vagamente jazz in cui i generi si rimescolano sapientemente, tutti al servizio della voce ammaliante di Anna, nella successiva Desire prorompente quasi come in un inno della più classica Patti Smith, sostenuto da cori gloriosi e incalzanti percussioni.

Suzanne & I prosegue la formula aggiungendo un’alta componente di orecchiabilità, stemperata da momenti di vuoto in cui i layers vocali ripristinano le suggestioni noir che animano l’intero disco. Dopo il romanticismo galoppante di First We Kiss giunge una delle perle del disco, The Devil, uno dei pezzi di cui Calvi stessa si dichiara più soddisfatta, specie per l’intarsio chitarristico a metà brano, con cui ha tentato di riprodurre una sezione di archi à la Hitchcock.

Anche qui il crescendo esprime al meglio l’esplosività delle intuizioni dell’artista, mai forzate, neanche nei momenti più virtuosistici. Degna di nota anche I’m Your Man, puro rock and roll pulsante dal rintracciabile sapore caveiano, anche in quel piano spolverato sottovoce a far da perno tra un’esplosione e l’altra. L’omogeneità stilistica di cui si parlava trova un’eccellente conferma anche nella chiusura con Love Won’t Be Leaving, dalla cui ambientazione fumosa e ottenebrante ci si lascia ammonire a occhi bendati. Più che di entusiasmo incondizionato per questo disco si può parlare di vero e proprio coinvolgimento, di un ascolto ben lontano dalla musica di sottofondo o dal citazionismo sterile: un bel colpo per un disco di debutto, disco che non può non suscitare grande curiosità per la resa dal vivo.

 

Giuseppe Zevolli
Giuseppe Zevolli
Nato a Bergamo, Giuseppe si trasferisce a Roma, dove inizia a scrivere di musica per Indie-Eye. Vive a Londra dove si divide tra giornalismo ed accademia.

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