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Arto Lindsay ci racconta la sua Encyclopedia of Arto, la compilation che mette ordine tra i suoi dischi solisti usciti tra 20 e 10 anni fa, e ci porta nel suo mondo in cui si mescolano Nord e Sud America, musica bianca e nera, ambizioni pop nascoste e musica sociale, citando Miles Davis 

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Conversare con Arto Lindsay non è difficile come potrebbe sembrare conoscendo la sua musica, figlia di un approccio cerebrale ed intellettuale all’arte. Ci si può infatti ritrovare a scambiarsi opinioni sulle acconciature da mohicano che tanto vanno di moda tra i giovani, sulla crisi del Milan e del Palmeiras, la sua squadra del cuore, e sulle similitudini tra gli abitanti di Milano e New York. Quando però si parla di musica Arto torna ad essere l’artista che conosciamo ed apprezziamo, senza però rinunciare ad un pizzico di ironia e di giusto distacco dalle cose terrene. L’abbiamo incontrato in occasione del suo passaggio dall’Italia, nella tappa milanese naturalmente, per la promozione di Encyclopedia Of Arto, la compilation in uscita per Ponderosa che tenta di estrarre il meglio dall’ottima carriera solista di Lindsay, con in più una preziosa testimonianza live, solo lui e la sua chitarra, nel secondo cd della raccolta. Ecco cosa ci ha raccontato sulla compilation e non solo.

La prima cosa che vorrei chiederti riguarda la compilation: qual è stato il criterio che hai utilizzato per scegliere le canzoni da inserire?

Ho lavorato nel modo più semplice possibile: ho scelto quelle che pensavo fossero le migliori canzoni da ogni album. Non ho inserito molte canzoni che mi piacciono davvero tanto, ma dovevo fare una scelta. Ho fatto una lista, una specie di top ten come quelle che si vedono sulla stampa o in rete. È essenzialmente un greatest hits quindi.

L’ordine delle canzoni non è cronologico. Le hai messe assieme solo per come suonavano una dopo l’altra?

Sì, volevo che fosse un bel disco da quel punto di vista, non solo un gruppo di canzoni. Mi piace mettere i brani in sequenza, è una specie di scienza trovare il giusto ordine. A volte sai quale sarà il primo brano di un disco, ma poi è difficile capire come andare avanti, quale sarà la giusta sequenza per le canzoni. In questo caso mi ha aiutato il mio amico Kassin, che è un produttore con cui ho già lavorato, mentre di solito era Melvin Gibbs, un altro musicista con cui ho scritto molti brani, a darmi una mano. Entrambi sono molto bravi nel trovare la giusta sequenza, come lo sono anch’io, credo, quindi troviamo sempre delle buone soluzioni.

Nel 1999 uscì un’altra compilation, intitolata Why Compare, in cui c’erano canzoni dai tuoi primi tre dischi solisti. I brani presenti allora sono però diversi da quelli scelti stavolta. A cosa è dovuto questo cambiamento?

Non sono stato io a curare quella compilation, fu il mio amico Diego Cortez, che di solito seguiva la parte grafica dei miei dischi, faceva l’art director, usavamo le sue foto per le copertine e i booklet. Ora invece usiamo foto di altri artisti, però in qualche modo seguiamo il filone iniziato da lui. Diego aveva l’idea di fare un disco molto elettronico, quindi quell’album viene dal suo punto di vista, ci sono le tracce più elettroniche. Mi piace molto la copertina di quell’album, è una foto di Baudelaire, che scegliemmo solo perché faceva rima con Why Compare…

Per quanto invece riguarda il disco live la prima domanda è la stessa: cosa ha portato a scegliere i brani da inserire invece che altri?

Mi sono concentrato su una serie di concerti da solo negli ultimi due anni, dopo aver fatto un paio di tour con band e aver iniziato a lavorare a un nuovo disco. Mi sono interessato a cantare da solo, accompagnato soltanto dalla chitarra e ho iniziato a specializzarmi sui suoni durante lo show, a controllare ciò che faccio. Ho registrato alcuni di questi concerti, in particolare due serate in Germania sono venute molto bene, dopo aver fatto uno show a Brooklyn che non abbiamo registrato ma in cui mi sono molto piaciute le versioni di diverse canzoni. Quindi ho essenzialmente scelto i brani migliori dei due concerti tedeschi, cercandoli poi di metterli in ordine con la stessa logica usata per la compilation.

Quindi non è la setlist esatta dei concerti?

No, non è esattamente la setlist, ci sono punti in comune ma in qualche occasione ci sono degli scostamenti.

Nel live ci sono cover di musica brasiliana, ma anche di due brani di black music, di Prince e di Al Green, rifatte naturalmente a tuo modo. Quando suonavi nei DNA si parlava di funk de umanizzato per descrivere la no-wave e anche negli Ambitious Lovers c’erano elementi soul, quindi ci sono sempre stati dei legami con la black music. Come definiresti il tuo rapporto con la musica soul & funk?

Sono americano e sono brasiliano, sono paesi costruiti sulla schiavitù e quindi su elementi africani, quindi mi sembra completamente naturale avere a che fare con entrambi i tipi di musica. È una cosa su cui dobbiamo riflettere, negli anni ’50 e ’60 molta musica fu fatta prendendo lo stile dei neri e facendolo rifare ai bianchi, per poterla vendere a un pubblico bianco, è una questione che secondo me è centrale per capire la musica nel nuovo mondo. È una cosa che mi ha sempre molto colpito questa. (continua nella pagina successiva…)

 

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Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.