lunedì, Settembre 28, 2020

Black Mountain – Wilderness Heart (Jagjaguwar, 2010)

Wilderness Heart è l’ultima stoccata dei Black Mountain, che a distanza di tre anni dal fortunatissimo In the future, si rimettono in gioco cercando di bissarne lo stesso clamore. Non facilissimo, visto le grandi aspettative che loro stessi impegnarono mettendo in luce propositi altissimi, sfiorando cenni di purissimo Psych Rock fuso al più famigerato hard rock dei primi anni ‘70. Sono stati “scomodati” mostri sacri come Led Zeppelin e Deep Purple per gratificare appieno la loro esaltante uscita discografica, facendo lievitare l’attesa di quest’ultima uscita. A dir il vero impattando in Wilderness Heart si ha la sensazione che i ragazzi canadesi abbiano cercato l’assestamento che non ti aspetti. Se The Hair song, cantata a due voci, Stephen McBean e Amber Webber, è il biglietto da visita, qualcosa non mi torna, specie se mi fermo a pensare l’incipit che i ragazzi proposero nel precedente album con Stormy High. Che l’aria sia un po’ cambiata lo si intuisce anche dal minutaggio dei pezzi, più concisi, più diretti e alla portata di tutti, non ci sono più gli interminabili sedici minuti di Bright lights che ci catapultavano in una dimensione musicale trascorsa quarant’anni fa. Tornando definitivamente al presente, non è arcana la natura derivativa dei Black Mountain, dove ancora una volta troviamo cenni possenti d’influenze Sabbatiane in Let the spirit ride, in cui il riff risuona come un appunto lasciato anni fa dallo stesso Tony Iommi. Da notare anche l’assonanza di Rollercoaster con gli intramontabili Uriah Heep, che emerge spiccatamente con l’utilizzo di un Hammond a pieni regimi, per finire all’intro dannatamente Who che risuona in The way to gone. Se due anni fa lasciarono presagire ad una rinascita, o meglio, ad un inizio di personalissimo rifacimento del Psych Rock, oggi , li troviamo quasi smarriti in una dimensione che nemmeno loro sanno riconoscere, persino Josh Wells, batterista della formazione, durante la promozione del disco si lascia scappare un “pop” di troppo. Viene da domandarsi se realmente possiedono una facciata da mostrare o se è stato soltanto un fuoco di paglia da noi tutti scambiato per un gigantesco miraggio fortunoso. Da rivalutare.

Paolo Pavone
Paolo Pavone
Paolo Pavone Vive, nasce, e cresce fra le risaie del nord italia, salvo una lunga parentesi nel regno unito. Torna per occuparsi, di giorno dell' arte e del design e di notte di musica e scrittura.

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