Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Alla Festa della Musica di Chianciano Terme c'è stato spazio anche per il blues, grazie ai Dead Shrimp, trio romano attivo da qualche anno e autore di un buon esordio, tra pezzi autografi e cover di classici pre-war. Li abbiamo intervistati prima del loro concerto al festival toscano 

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La Festa della Musica di Chianciano Terme ha dato spazio anche a uno dei generi più nobili, il padre di quasi tutto quello che ha fatto da sottofondo agli ultimi sessanta anni di storia: il blues. A portarlo sul palco ci hanno pensato i Dead Shrimp, trio romano attivo da qualche anno prima all’interno del circuito musicale della Capitale e poi in tutta Italia, grazie anche alla buona accoglienza ricevuta dal loro eponimo disco di esordio, formato da sette brani autografi e da tre cover di classici pre-war. Abbiamo interecettato i tre musicisti, Sergio De Felice (voce), Alessio Magliocchetti Lombi (chitarra) e Gianluca Giannasso (batteria) prima del loro live per saperne di più sulla loro attività e su come se la passa il blues oggi in Italia. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Siete nati come duo, passando poi a trio con l’ingresso di Gianluca. Come mai avete scelto di “ingrandirvi”?
A: Questo gruppo è nato da una mia idea, dal mio amore per suonare un genere di musica, che è il blues delle origini, che però non mi capitava mai di suonare se non nella mia camera. Suonavo con il cantautore di turno, con il gruppo rock/country, tra l’altro in uno di questi anche con Gianluca. Poi ho incontrato Sergio e abbiamo iniziato, con l’intenzione di godercela suonando un po’ di blues in giro per piccoli locali. Poi l’appetito è venuto mangiando, l’ingresso di Gianluca ha ampliato necessariamente il suono da quello di un duo a quello di un gruppo, anche se scarno. Si è quindi allargato anche il circuito, la tipologia di locali in cui ci esibiamo, per poi passare anche ai festival e infine al disco. Originariamente facevamo soltanto brani che attingevano alla tradizione del Mississippi blues, quindi quello delle origini, creato dai neri nei campi di cotone. Poi invece abbiamo deciso di fare un disco con brani nostri. L’ingresso di Gianluca ha quindi segnato l’inizio di un percorso di band con qualche ambizione in più oltre a quella di suonare un po’ di blues in piccoli posti.

Perché avete scelto di fare a meno del basso? Avete intenzione di inserirlo o vi va bene così per ora?
A: l’intenzione non c’è. Manca perché, per quello che facciamo noi, in realtà anche la batteria è già una grossa novità: ci troviamo in tre a fare, in versione un po’ modernizzata, quello che cento anni fa faceva un uomo da solo con la sua chitarra e tutt’al più un piede. Per cui non abbiamo mai sentito l’esigenza di avere un basso.

Definite la vostra musica come “nu bluez”. Quali sono le principali differenze con l’old? E quali caratteristiche dell’old pensate invece debbano essere necessariamente mantenute?
A: non è una definizione che ci siamo messi noi. Rispetto all’old credo ci sia una differenza di approccio. Ci ispiriamo al vecchio blues, quello pre-war, tra il 1920 e il 1940, ma con un approccio che non vuole essere in alcun modo manieristico: non cerchiamo di riproporre in modo totalmente filologico quel suono, sarebbe anche un po’ ridicolo secondo me andare a cercare il suono di cento anni fa, i dischi col fruscio e le storie di persone provenienti da un contesto sociale e personale completamente diverso. Preferiamo prendere quella lezione e filtrarla attraverso la nostra sensibilità, che naturalmente è diversa, più moderna.

Negli ultimi anni diverse band americane hanno recuperato alcuni elementi del blues conseguendo un buon successo commerciale, ad esempio i White Stripes e i Black Keys. Cosa pensate del trattamento che hanno fatto queste band al suono blues?
A: a me personalmente piace Jack White e anche i Black Keys. Penso che abbiamo tratto tutti quanti dei benefici da quello che hanno fatto, grazie a loro e al loro lavoro, che è sì mainstream ma assolutamente di qualità, c’è stata una riscoperta del blues anche all’interno del mondo indie. Penso si possa dire che ora va anche abbastanza di moda…
S: è così, mentre prima il blues lo ascoltavano solo gli appassionati del genere, i White Stripes e i Black Keys arrivano invece a tutti, sono quasi musica da classifica.
A: credo inoltre che abbiano cambiato un po’ anche il modo di suonare il blues di una marea di band. Se fino a ieri, agli anni ’90, si entrava in un club blues si sentiva del Chicago blues o un chitarrista che provava ad essere il clone di Stevie Ray Vaughan. Ora invece c’è molta più varietà di colori e di forme, da una serie di one man band a un blues con approccio garage, come quello delle band citate. Insomma, ha dato una buona svecchiata e ha comunque portato interesse verso la riscoperta del linguaggio classico.

Nel vostro primo album ci sono sette brani vostri e tre cover. In particolare le cover come sono state scelte? E come vi approcciate alla rielaborazione dei classici?
A: per tutto il nostro primo periodo, quando eravamo un duo e agli inizi come trio, ci cimentavamo, seppur con arrangiamenti diversi, con brani del vecchio repertorio. Quelli che sono finiti nell’album erano tre di quei pezzi. Li abbiamo inseriti perché li sentivamo più nostri e perché con loro la scaletta del disco ci sembrava completa
G: e comunque sono di due autori molto apprezzati. I tre quarti del repertorio che facevano da soli e agli inizi con me erano proprio di quei due autori, Blind Willie Johnson e Mississippi Fred McDowell.

Avete collaborato con Roberto Luti, che è andato a New Orleans per 10 anni. Voi avete mai pensato di trasferirvi all’estero?
G: io personalmente ci penso e ci pensiamo continuamente. A forza di pensarci poi forse verrà il momento buono.
A: Per ora non abbiamo mai varcato la soglia dell’Italia, c’è stata qualche recensione dall’estero, anche su un portale americano specializzato sul blues, e qualche passaggio radio, ultimamente anche in Australia. Questa è la potenza del web, il mondo si accorcia e diventa più facile far arrivare la propria musica e il proprio messaggio. Fisicamente non ci siamo arrivati, ma speriamo di farcela presto.

Come vedete la scena blues italiana oggi e quella romana in particolare?
A: come dicevo prima, molto più viva. C’è tanta gente che suona blues in tante forme, in maniera meno standardizzata. Di conseguenza alcune cose mi piacciono molto, le trovo molto interessanti, in altri casi invece leggi “blues” ma poi ti trovi ad ascoltare tutt’altro. Comunque ben venga che ci sia tanta roba diversa e che non si suoni più un solo tipo di blues.

Qual è il vostro bluesman preferito?
A: non me lo sono mai chiesto, il primo nome che mi è venuto in mente è Jimi Hendrix, non lo considero un bluesman però se mi chiedi chi è il mio preferito mi viene in mente lui. In realtà se ascolti Blues, il disco che è uscito postumo, è impressionante, si sente tutta la lezione dei maestri di 50 anni prima ma lo suona come se lo avesse inventato lui due giorni prima.
S: mi vengono in mente mille nomi, tra cui Robert Johnson, Mississippi Fred McDowell, Bukka White, Son House, ma potrei dirne altri trenta almeno, non so scegliere

Ultima classica domanda: progetti per il futuro?
A: c’è del materiale nuovo su cui inizieremo a lavorare da settembre, per un secondo disco che prima o poi uscirà. Poi la speranza è quella di riuscire a suonare sempre di più. Tanta musica, quindi.

 

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi

Fabio Pozzi, classe 1984, sopravvive alla Brianza velenosa rifugiandosi nella musica. Già che c'è inizia pure a scrivere di concerti e dischi, dapprima in solitaria nella blogosfera, poi approdando a Indie-Eye e su un paio di altri siti.