mercoledì, Settembre 30, 2020

Europavox– Clermont-Ferrand 23-25 Maggio 2013, il reportage completo

1 - Folla genericaPer il secondo anno, media partner assieme a testate provenienti da decine di paesi europei, Indie-Eye torna in quel di Clermont-Ferrand, nella regione francese dell’Auvergne, per l’ottava edizione di Europavox. Per chi si fosse perso il reportage della scorsa primavera, il festival nasce nel 2006 con l’intento di radunare band da tutti i paesi europei e dare un’opportunità anche a scene musicali minori, o decentrate, di contribuire a un unico progetto dal respiro europeo. Investendo sui vantaggi di una simile scommessa, su tutti l’effetto sorpresa e la varietà della line-up, negli anni Europavox è riuscito a dare visibilità a centinaia di gruppi, animato da uno spirito dell’avanscoperta che della ‘febbre da headliner’ tipica dei festival estivi… n’a rien à foutre. “Una finestra sui vicini europei”, come si autodefinisce, il festival raccoglie più di 2000 nomi l’anno cui attingere per la programmazione. I nomi spuntano grazie al dialogo con testate giornalistiche e booking agencies provenienti dai diversi paesi, queste ultime riunite a partire dallo scorso anno in un network di incontri professionali finalizzati alla realizzazione di tour. Il risultato è una ‘tre giorni’ di rimescolamenti di generi, atmosfere e linguaggi. All’UK-centrismo si sostituisce una dovuta preponderanza francofona, come vi aspettereste, ma l’ideale d’inclusività non viene mai meno. Gironzolando tra i tre palchi principali, il Forum, la Coopérative de Mai e il Palais de Glaces, ci si imbatte in un pubblico perlopiù di curiosi, pronti a imbattersi nella next big thing dalla Lituania, per dire, senza storcere il naso. È a colpi di scouting che Europavox mantiene negli anni una forma e uno spirito che sanno di controcultura. [Le foto dell’articolo sono tutte di Florent Giffard]

Day 1: Si comincia con l’Italia: i bolognesi JoyCut al Palais de Glaces propongono un oscuro, magmatico set di genuina ispirazione new wave, in anticipazione del nuovo PiecesOfUsWereLeftOnTheGround, in uscita il prossimo Settembre. I nostri inebriano il pubblico a colpi di synth e dilatazioni che ammaliano e opprimono assieme. La voce soffocata, un po’ distante di Pasco (che a pochi brani dall’inizio richiama l’attenzione con un programmatico “shhhhhhhhhhhh”) e l’architettura sfuggente dei brani ricreano un senso di alienazione che ben si sposa con lo spirito critico del gruppo, da sempre dedito a una poetica d’opposizione e d’ispirazione ecologista. Fa piacere vedere un po’ di ‘nichilismo all’italiana’ rappresentare il paese ad Europavox.
Sempre in territorio wave, ma questa volta è bene dire nouvelle vague, passo al set di Lescop, prima grande scoperta di quest’edizione del festival. Già una star in Francia e in procinto di esplodere in UK, Mathieu Peudupin viene accostato prematuramente a Ian Curtis, un piccolo sacrilegio della critica che tende a concentrarsi solo sull’aspetto serioso e impostato delle sue esibizioni. Immediatamente nella performance di Lescop, accompagnato da una full band tutta a servizio di un basso scoppiettante, vedo tonnellate di ironia, in quel suo modo di improvvisare delle piccole danze isteriche e al contempo osservare il pubblico con fare minaccioso. Mi ricorda un Frank Tovey dei nostri tempi, semmai. La sua hit electro-pop La forêt è un tripudio danzereccio, mentre La nuit américaine e la finale Le vent sono i due picchi malinconici del set. Grazie a Dio Mathieu ha schivato l’assimilazione e scrive e canta in francese, un pro notevole al suo progetto, che suona così volutamente internazionale senza perdere in unicità. Ironia della sorte, è dall’Inghilterra che arriva la prima delusione. Il fascino di Lescop viene pressoché annientato dall’esibizione monocorde ed autocelebrativa di Miles Kane, il Last Shadow Puppet che fin dagli albori della sua neonata carriera solista non fa che rigurgitare quell’indie-rock tagliente e sguaiato che trovò nei 00s il suo periodo d’oro e che ora suona tanto stantio quanto privo di carattere. Miles ce la mette tutta a incitare il pubblico con quel suo trasalire ‘gallagherino’ e quel suo noto, penetrante timbro nasale, ma i pezzi scorrono davvero troppo identici a se stessi, e quel poco dei testi che ci arriva attinge a un romanticismo spaccone che fatica non poco a lasciare il segno. Nello sforzo di presentare un pop diretto e conciso, il carisma di Kane suona svuotato. Una scelta un po’ da allegato fotografico dell’NME, Kane soddisfa il pubblico più giovane e zompettante, mentre dai lati della Coopérative de Mai vedo darsi a gambe levate coloro che sanno il meglio d’Albione risiedere altrove. (continua nella pagina successiva…)

Giuseppe Zevolli
Giuseppe Zevolli
Nato a Bergamo, Giuseppe si trasferisce a Roma, dove inizia a scrivere di musica per Indie-Eye. Vive a Londra dove si divide tra giornalismo ed accademia.

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