Indie-eye – VIDEOCLIP – Storia e Critica dei Video Musicali

Giugno 7th, 2013
Europavox– Clermont-Ferrand 23-25 Maggio 2013, il reportage completo

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 9 - Tomorrow's WorldDay 3: Terzo giorno di pioggia, ora dell’aperitivo, Jean-Benȏit Dunckel, metà degli Air, e la New Young Pony Club Lou Hayter presentano il progetto Tomorrow’s World. Con un set electro-pop che punta all’atmosferico in salsa vagamente noir, i due intessono brani sognanti, trainati da spolverate di piano e tranquilli loop dall’effetto addolcente. Il carisma un po’ statico di Lou, impaillettata presenza Del Rey-esca, è in linea con l’eleganza dell’intero progetto, atipico forse per un palco da festival, ma nel complesso suggestivo e un piacevole antipasto per i set a venire.

La proposta hip-hop si apre con… la Finlandia. Il giovane Gracias sceglie l’inglese per raccontare storie di ordinaria sopravvivenza in quel di Helsinki e lo fa con una convinzione e un trasporto che gli valgono l’ambita carta dell’autenticità. Con riferimenti incrociati a Common e ad altri modelli USA, Gracias si racconta dall’arrivo ad Helsinki (“I met this girl at the age of four/What I hated most she was so damn cold”) alle tribolazioni d’amore (su tutte spicca l’interpretazione di Night Shift). Accompagnato da una band che lo aiuta nel mescidare urban pop e riferimenti rnb, il flow di Gracias viene spesso soffocato da un arpeggio di troppo o da una batteria invadente, ma energia e trasporto non vengono mai meno. Come per la tedesca Akua Naru, che si esibisce a seguire, colpisce la voglia di fare soul in controtendenza alle ‘quirks’ sonore e all’espressionismo vocale che dominano la scena hip hop attuale come ci viene raccontata dal web. Akua, originaria del Connecticut e perenne viaggiatrice, si è stabilita in Germania, dove tra Köln e Hamburg, è mc, musicista, poetessa e persino accademica. Il suo show a Clermont è a dir poco grandioso, un alternarsi di rap e lunghe jam strumentali ad opera del suo sestetto DIGFLO, batteria, sassofono, basso, chitarra, flauto e tastiere. Fin dal primo brano, introdotto come un’ode a Nina Simone (cantiamo con lei stralci di Feeling Good per un buon 5 minuti) Akua si dichiara a favore di un concious rap d’altri tempi… gli anni Novanta, e squaderna testi arrabbiati e aggraziati assieme sul presente e il futuro delle donne nell’hip hop. L’energia e l’influenza di Ursula Rucker si percepiscono lontano un miglio.

Richiamato all’attenti dalla folla in fuga mi dirigo dalla superstar Benjamin Biolay, che anziché indulgere e abbandonarsi al delizioso fascino retro dell’ultimo disco Vengeance, si butta a capofitto in pose autocelebrative che lasciano i non iniziati perplessi. Tra uno spoken al sapor di nicotina e l’altro, le braccia levate al cielo e le incidentali urla drammatiche (mi è più facile ora capire dove vada a colpire l’ironia burlona di Sebastian Tellier) Biolay e la sua band sorprendentemente rock puntano al cuore delle fan e a un’orda di quarantenni, che improvvisamente arrivano dalle lunghe file al botteghino e tentano il possibile per un posto sottopalco.
Decido di rispondere al ‘dramma’ puntando sull’Islanda e confidando nel minimalismo della giovane Sóley (intervistata da questa parte su indie-eye) per chiudere in bellezza e stemperare il disappunto per la cancellazione dell’esibizione dello straordinario irlandese MMOTHS. Non vengo deluso. “This is no techno. If you want techno go somewhere else”, pronuncia con il suo inglese duro e spigoloso prima di prendere posizione alle sue tastiere. Il set di Sóley è esattamente come il suo debutto We Sink, un susseguirsi di dolci ballate e avvolgenti rumorismi. Ritmi calibrati, lunghi respiri, e qualche punta di oscurità. Non guasterebbe un esercizio vocale più variegato e meno improntato alla dolcezza, ma nel complesso Sóley mostra di avere un sound particolare e un piccolo, mirabile repertorio, che funziona anche quando sono i pezzi chiave ad essere dilatati e persino resi più scarni (la sorte che tocca alla splendida I’ll Drown).

È con la voce di Sóley in testa e l’energica esibizione del duo folk rock francese Lilly Wood and the Prick che saluto Europavox e questa sua ottava edizione particolarmente coraggiosa, all’insegna della noncuranza per l’hip e al contempo crocevia semi-inconsapevole di tendenze dal potenziale esplosivo. Poche realtà permettono uno scambio così equo e simultaneo tra paesi e linguaggi ed Europavox si riconferma un festival pioneristico e unico nelle sue ambizioni

 

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Giuseppe Zevolli

Giuseppe Zevolli

Nato a Bergamo, Giuseppe si trasferisce a Roma, dove inizia a scrivere di musica per Indie-Eye. Vive a Londra dove si divide tra giornalismo ed accademia.